L’efficacia della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nel diritto interno italiano


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L’ efficacia diretta nel nostro diritto interno italiano

La Corte Costituzionale italiana ha ribadito più volte che la CEDU è invocabile direttamente davanti ai Giudici Italiani e davanti alla Corte Costituzionale italiana, anche prima di rivolgersi alla Corte di Strasburgo.

Per la problematica generale sulla Convenzione Europea dei Diritti dell’ Uomo e sulla Corte di Strasburgo: clicca qui

Il meccanismo giuridico dell’ efficacia della CEDU in Italia è il seguente:
1. La Costituzione Italiana è sovrana in Italia, ma con essa l’ Italia ha consapevolmente accettato due limitazioni di sovranità, nell’ art. 10 e nell’ art. 117.
L’ art. 10 Cost., al primo comma, così recita: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute“.
L’ art. 117 Cost., al primo comma, così recita: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
2. La Corte Costituzionale italiana nel 2007, in due fondamentali sentenze (sentenze 347 e 348 del 2007), ha stabilito che la Convenzione (CEDU) fa parte integrante dell’ ordinamento italiano proprio in forza del richiamo effettuato dagli artt. 10 e 117 (vedi in fondo a questa pagina l’ analisi giuridica delle sentenze).
Di conseguenza la violazione della Convenzione (CEDU), da parte di una legge italiana, si converte in una violazione della Costituzione Italiana, tramite il rinvio alla CEDU operato dall’ art.117.
In conclusione: se una legge italiana che si presenta in violazione della CEDU, può essere annullata sia dalla Corte Costituzionale italiana che dalla Corte Europea di Strasburgo.
Questa è una premessa di carattere generale, ma va tenuto presente che non si tratta esattamente di un “doppione” di tutela.
Vi sono infatti importanti differenze fra la tutela che si può richiedere a Strasburgo e quella che si può richiedere in Italia:
– La Corte di Strasburgo è normalmente assai più aperta della Corte Costituzionale italiana, e meno condizionata politicamente;
– La Corte di Strasburgo può ricevere un ricorso solo dopo che il cittadino italiano ha percorso tutto l’ iter giudiziario (in pratica dopo la sentenza della Cassazione).
Invece la Corte Costituzionale Italiana può essere investita di un ricorso anche nel corso di un giudizio di primo grado. E’ vietato ricorrere direttamente alla Corte Costituzionale, ma è invece necessario passare per il filtro di un Giudice che ritenga “seria” l’ eccezione di incostituzionalità sollevata nel corso di un giudizio.
– La Corte Costituzionale può solo giudicare una legge formale, e non un comportamento di fatto dello Stato.
Quindi una eventuale inadempienza di fatto dello Stato (ad esempio
sulle condizioni di vita dei detenuti) non potrà essere impugnata in Corte Costituzionale, ma solo a Strasburgo (che giudica anche le omissioni e i comportamenti di fatto, e non solo le leggi formali).
– La Corte Costituzionale giudica su qualsiasi violazione della Costituzione italiana, mentre la Corte
di Strasburgo si occupa solo della violazione dei diritti umani (vita, incolumità fisica, diritti civili, equo processo, ecc.). Per le altre violazione del diritto europeo ci si deve rivolgere ad un’ altra Corte Europea, ovvero la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), il cui sito ufficiale è consultabile cliccando qui.
La maggior parte delle sentenze di condanna dell’ Italia a Strasburgo riguardano:
– la violazione dei diritti dei detenuti;
– la violazione dei diritti dei migranti;
– la violazione del diritto ad un equo processo, sia per la sua durata che per le modalità con cui si svolge. Questo non significa affatto che a Strasburgo si possa celebrare una sorta di “appello” delle sentenze italiane, ma solo censurare la violazione del diritto ad un un equo processo, ma prescindendo dal merito della controversia.

Le sentenze “gemelle” della Corte Costituzionale n. 347 e 348 del 2007.

La Corte Costituzionale, nelle due fondamentali sentenze n. 348 (anche in word)e 347 del 2007 (anche in word), ha stabilito che la violazione del diritto comunitario si pone ora in contrasto con l’ art. 117, comma 1, della Costituzione (nel testo novellato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3).
Le norme comunitarie in tal caso si pongono come “norme interposte” ai fini del vaglio di costituzionalità.
Infine l’ eventuale contrasto fra leggi italiane e le norme comunitarie si risolve in una questione di costituzionalità di competenza della Corte, e non già in una possibile disapplicazione della norma da parte del giudice ordinario (“gli eventuali contrasti non generano problemi di successione delle leggi nel tempo o valutazioni sulla rispettiva collocazione gerarchica delle norme in contrasto, ma questioni di legittimità costituzionale”).
Così afferma la Corte Costituzionale nella sua sentenza 348/07:
“L’art. 117, primo comma, Cost. condiziona l’esercizio della potestà legislativa dello Stato e delle Regioni al rispetto degli obblighi internazionali.

Il nuovo testo dell’art. 117, primo comma, Cost, se da una parte rende inconfutabile la maggior forza di resistenza delle norme CEDU rispetto a leggi ordinarie successive, dall’altra attrae le stesse nella sfera di competenza di questa Corte, poiché gli eventuali contrasti non generano problemi di successione delle leggi nel tempo o valutazioni sulla rispettiva collocazione gerarchica delle norme in contrasto, ma questioni di legittimità costituzionale. Il giudice comune non ha, dunque, il potere di disapplicare la norma legislativa ordinaria ritenuta in contrasto con una norma CEDU, poiché l’asserita incompatibilità tra le due si presenta come una questione di legittimità costituzionale, per eventuale violazione dell’art. 117, primo comma, Cost., di esclusiva competenza del giudice delle leggi.

Escluso che l’art. 117, primo comma, Cost., nel nuovo testo, possa essere ritenuto una mera riproduzione in altra forma di norme costituzionali preesistenti (in particolare gli artt. 10 e 11), si deve pure escludere che lo stesso sia da considerarsi operante soltanto nell’ambito dei rapporti tra lo Stato e le Regioni.

La struttura della norma costituzionale, rispetto alla quale è stata sollevata la presente questione, si presenta simile a quella di altre norme costituzionali, che sviluppano la loro concreta operatività solo se poste in stretto collegamento con altre norme, di rango sub-costituzionale, destinate a dare contenuti ad un parametro che si limita ad enunciare in via generale una qualità che le leggi in esso richiamate devono possedere. Le norme necessarie a tale scopo sono di rango subordinato alla Costituzione, ma intermedio tra questa e la legge ordinaria.
 A prescindere dall’utilizzazione, per indicare tale tipo di norme, dell’espressione “fonti interposte”, ricorrente in dottrina ed in una nutrita serie di pronunce di questa Corte (ex plurimis, sentenze n. 101 del 1989, n. 85 del 1990, n. 4 del 2000, n. 533 del 2002, n. 108 del 2005, n. 12 del 2006, n. 269 del 2007), ma di cui viene talvolta contestata l’idoneità a designare una categoria unitaria, si deve riconoscere che il parametro costituito dall’art. 117, primo comma, Cost. diventa concretamente operativo solo se vengono determinati quali siano gli “obblighi internazionali” che vincolano la potestà legislativa dello Stato e delle Regioni.