La Legge Pinto e la Corte di Strasburgo


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di Francesca Trevisan

Il sistema giudiziario italiano purtroppo è tristemente noto per la sua lentezza, che costringe i cittadini a lunghe attese per vedersi riconosciuti i propri diritti; si tratta di attese che spesso arrivano ad arrecare al cittadino pregiudizi significativi, sul piano patrimoniale così come sul quello personale, e che difficilmente sono conciliabili con quello che dovrebbe essere lo scopo della macchina giudiziaria.

Che un processo eccessivamente lungo sia incompatibile con le esigenze di giustizia che uno Stato dovrebbe soddisfare è peraltro riconosciuto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (la c.d. CEDU), il cui art. 6 sancisce esplicitamente che «ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole».
La violazione di tale diritto (rientrante nel più ampio principio dell’equo processo) da parte dello Stato comporta l’obbligo per quest’ultimo di risarcire il cittadino dei danni che tale ritardo gli ha cagionato.

Non è un caso, quindi, che negli ultimi decenni si siano susseguiti dinanzi alla Corte di Strasburgo una serie numerosissima di ricorsi contro il nostro Paese, che lamentavano l’intollerabile lentezza della giustizia italiana e che venivano prontamente accolti dalla Corte europea, con conseguente condanna per l’Italia al risarcimento dei danni, con costi sempre più pesanti.

 

La Legge Pinto (l. 24 marzo 2001, n. 89)

L’Italia ha cercato allora di ridurre queste condanne a Strasburgo, introducendo un meccanismo risarcitorio applicabile già davanti ai giudici italiani: la Legge Pinto (l. 24 marzo 2001, n. 89).

Infatti un cittadino europeo può rivolgersi alla Corte di Strasburgo solo dopo aver tentato di ottenere giustizia secondo le procedure interne di riparazione al proprio Stato (se queste vi sono).
Se però lo Stato non ha predisposto alcuna procedura interna di riparazione, il cittadino può rivolgersi direttamente a Strasburgo, non essendo possibile altro rimedio nel suo Stato.

Lo Stato italiano ha quindi deciso di introdurre un procedimento ad hoc attraverso il quale il cittadino avrebbe potuto lamentarsi del ritardo davanti ai giudici italiani, senza dover direttamente adire la Corte di Strasburgo.

Tale rimedio consiste nella nota Legge Pinto (l. 24 marzo 2001, n. 89), che ha previsto la possibilità, in caso di eccessiva durata del processo, di promuovere in Italia una causa in cui chiedere un risarcimento del danno al Ministero di Grazia e Giustizia.

La durata massima dei processi

Questa possibilità si applica tendenzialmente a tutti i tipi di procedimento (civile, penale, amministrativo, fallimentare o tributario).
Sono rimaste fuori però alcune ipotesi, per le quali (mancando la legge italiana), si può quindi andare direttamente a Strasburgo.

La legge italiana ha indicato in via forfettaria i seguenti “tetti massimi” di durata del processo, oltre i quali si presume che un procedimento giudiziario sia irragionevolmente lungo:

  • 3 anni per il primo grado;
  • 2 anni per l’appello;
  • 1 anno per il giudizio di Cassazione, con la precisazione che il termine del singolo grado di giudizio si considera comunque rispettato se l’intero procedimento (con i tre gradi di giudizio) si è concluso entro i complessivi 6 anni;
  • 3 anni per i procedimenti di esecuzione forzata;
  • 6 anni per le procedure concorsuali (fallimento, concordato, ecc.), tenendo presente, però, che la Legge Pinto NON viene applicata alla procedura di liquidazione coatta ammnistrativa.

Il giudice competente per queste cause è la Corte d’appello.

Il risarcimento del danno

Il cittadino che vince la causa in base alla Legge Pinto ha diritto a un’equa riparazione per i danni (patrimoniali e non patrimoniali) subiti, sotto forma di indennizzo da parte dello Stato.
Così stabilisce l’art. 2 della Legge Pinto:

Articolo 2 bis (Misura dell’indennizzo)
1. Il giudice liquida a titolo di equa riparazione, di regola, una somma di denaro non inferiore a euro 400 e non superiore a euro 800 per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo.
La somma liquidata può essere incrementata fino al 20 per cento per gli anni successivi al terzo e fino al 40 per cento per gli anni successivi al settimo

La Liquidazione coatta amministrativa: di cosa si tratta ?

La liquidazione coatta amministrativa è la procedura concorsuale prevista per le imprese che siano sottoposte a controllo pubblico per la loro importanza dal punto di vista economico e sociale.

Il procedimento concorsuale previsto per questi soggetti ricalca sostanzialmente quello fallimentare, salve alcune disposizioni specifiche.
A differenza del fallimento, tuttavia, la procedura ha natura amministrativa, poiché l’autorità chiamata a gestire la crisi è quella amministrativa in luogo di quella giudiziaria.

Sono sottoposte (in caso di insolvenza) alla procedura di liquidazione coatta amministrativa:

  • Le banche e società facenti parte di un gruppo bancario (d.lgs.n.385/93)
  • Le imprese di assicurazione (d.lgs. n.174/95)
  • Le società cooperative e consorzi di cooperative (art.2540 c.c.; l.400/75)
  • I Fondi Pensione (poichè l’ art. 15 del Decr. Leg.vo 252/05 così dispone al 5° comma: “Ai fondi pensione si applica esclusivamente la disciplina dell’amministrazione straordinaria e della liquidazione coatta amministrativa, con esclusione del fallimento, ai sensi degli articoli 70, e seguenti, del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni ed integrazioni, attribuendosi le relative competenze esclusivamente al Ministro del lavoro e delle politiche sociali ed alla COVIP.

La più importante di queste procedure sui Fondi Pensione è quella del Fondo Comit, ovvero il Fondo Pensioni della Banca Commerciale Italiana, che è iniziata il 26 novembre 2006.
Per esaminare la complessa e scandalosa vicenda del Fondo Comit, vai all’apposito nostro sito dedicato: http://www.fondocomitplusvalenze.it/

L’esclusione della Liquidazione coatta amministrativa dalla Legge Pinto e la condanna dell’Italia a Strasburgo

La legge italiana ha sempre escluso l’applicabilità della Legge Pinto all’ipotesi di eccessiva durata della procedura di Liquidazione coatta amministrativa.
La Cassazione e la Corte Costituzionale (C. Cost. 5 febbraio 2020 n. 12) hanno escluso tale applicabilità, sebbene questa procedura concorsuale abbia molte analogie con il fallimento.

Più precisamente la Cassazione lo ha escluso nella sentenza Cass del 30 dicembre 2009 n. 28105, ed in precedenza nella sentenza del 3 agosto 2007 n. 17048 (si vedano anche le sentenze nn. 18579/04, 1817/05, 12386/11 e 12729/11). In queste sentenze la Corte di Cassazione ha affermato che “il diritto all’equa riparazione per le conseguenze dell’irragionevole durata del processo, riconosciuto dalla L. 24 marzo 2001, n. 89, non è configurabile in relazione alla liquidazione coatta amministrativa, che è procedimento di natura amministrativa (Cass. S.U. 2008/25174), in cui si innestano fasi di carattere giurisdizionale, quali la dichiarazione dello stato di insolvenza, le relative eventuali impugnazioni e le opposizioni allo stato passivo”.

Analogamente la Corte Costituzionale, nella sua recente sentenza C. Cost. 5 febbraio 2020 n. 12, ha osservato che “La peculiarità della liquidazione coatta amministrativa, rispetto al fallimento – come da questa Corte già da tempo sottolineato – rinviene la sua giustificazione nelle finalità pubblicistiche di tale procedura (sentenze n. 363 del 1994, n. 159 del 1975 e n. 87 del 1969), che infatti riguarda imprese che, pur operando nell’ambito del diritto privato, involgono tuttavia molteplici interessi o perché attengono a particolari settori dell’economia nazionale”,

In conclusione, il diritto italiano non offre alcuna tutela al cittadino nel caso in cui vi sia un’eccessiva durata della procedura di liquidazione coatta amministrativa.

La possibilità di ricorrere a Strasburgo

Senonchè, a questo punto, è chiaro che se lo Stato Italiano non ha predisposto alcun rimedio giudiziario interno (essendo inapplicabile la Legge Pinto), si può chiedere l’intervento della Corte di Strasburgo, che infatti di recente ha già condannato proprio l’ Italia con la Sentenza CEDU 11 gennaio 2018 in causa Cipolletta contro Italia, perchè la CEDU spesso si pone, rispetto alla giurisprudenza italiana, in una prospettiva diversa, meno formalistica e più attenta alla sostanza.

Nella sentenza Cipolletta dell’11 gennaio 2018 l’ Italia è stato condannato per la violazione dell’art. 6 della CEDU subita da un cittadino italiano che, dopo più di 25 anni, era ancora in attesa di vedere concluso il procedimento di liquidazione coatta amministrativa che lo interessava e che non aveva potuto rivolgersi alle corti italiane proprio in virtù della sostenuta inapplicabilità della legge Pinto alla liquidazione coatta amministrativa. Di fronte a tale situazione, la Corte di Strasburgo ha invece riconosciuto la sostanziale equivalenza tra la posizione dei creditori nel contesto della liquidazione coatta amministrativa e del fallimento vero e proprio (ponendosi in aperto contrasto con la posizione della giurisprudenza italiana) e, rilevata l’assenza di un rimedio interno efficace a garantire al cittadino l’equa riparazione che gli spettava, ha provveduto in prima persona ad accogliere il ricorso, condannando l’Italia al risarcimento del danno causato.

Con questa sentenza, la Corte europea ha quindi aperto la strada ai risarcimenti per chi si trova nella triste e paradossale situazione da un lato di subire la violazione del proprio diritto ad un equo processo e dall’altro di vedersi escluso dal diritto al risarcimento del danno previsto dalla legge Pinto.

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