I Fondi Pensione dell’Unicredit e l’art. 2117 cod. civ.


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Vi sono due tipi di Fondi Pensione: quelli “esterni” (che dovrebbero costituire la normalità) e quelli “interni” al Bilancio del Società datrice di lavoro (normalmente una Banca), e costituiscono soltanto una voce del Bilancio della Banca, senza organi autonomi di amministrazione.
Si tratta di una complessa problematica che abbiamo già illustrato in un altro articolo: I Fondi Pensione interni e l’ art. 2117 cod. civ.
Il problema più grave a cui danno origine i Fondi interni è costituito dalla pretesa delle Banche di potersi appropriare delle riserve ivi accantonate.

Esamineremo qui tale la vicenda Unicredit.

L’ Unicredit Spa è una Banca nel cui Bilancio si trovano numerosi Fondi Pensioni “interni”, regolarmente iscritti nell’ Albo della COVIP, nell’apposita “SEZIONE SPECIALE III – Fondi pensione preesistenti interni bancari o assicurativi”.
A tali Fondi “interni” si applica pacificamente la garanzia di indisponibilità di cui all’ art. 2117 cod. civ.
Più in generale tale norma si inserisce ormai nel principio generale di cui all’ art. 2447 bis del cod. Civ., in tema di “Patrimoni destinati ad uno specifico affare”.
Per i Fondi “preesistenti” l’ applicabilità dell’ art. 2117 è stata affermata fra l’ altro nella sentenza della Cassazione del 12/3/02 n. 3630.
In tale sentenza si legge che “I fondi speciali per la previdenza e l’assistenza che l’imprenditore abbia costituiti, anche senza contribuzione dei prestatori di lavoro, non possono essere distratti dal fine al quale sono destinati e non possono formare oggetto di esecuzione da parte dei creditori dell’imprenditore o del prestatore di lavoro”.

In tale sentenza la Cassazione ha condannato una Banca (il Mediocredito Fondiario) a ripristinare le somme distratte dal Fondo interno.
La fattispecie era la seguente:
Presso la Banca era in vigore un trattamento previdenziale integrativo, in cui i contributi (dei lavoratori e della Banca) non venivano versati in Fondo dotato di autonoma soggettività, ma restavano nella disponibilità della Banca, che li accantonava in un’ apposita partita del proprio Bilancio, fermo restando che la Banca rispondeva in proprio e completamente delle obbligazioni previdenziali. Con delibera del 29 settembre 1993 il Consiglio di Amministrazione della Banca aveva trasferito nella generica liquidità dell’Istituto valori di investimento collocati in titoli per un importo di oltre cinque miliardi. I pensionati agirono in giudizio in base al sopra citato art. 2117 cod. civ., esponendo che la Banca aveva sottratto al Fondo beni conferiti per il raggiungimento degli scopi, per cui chiedevano venisse dichiarata illegittima la suddetta delibera del Consiglio di Amministrazione, con condanna del Mediocredito Fondiario alla riduzione in pristino e cioè ad acquistare e custodire i titoli suddetti.

La Cassazione ha fatto giustizia di questi argomenti fissando alcuni punti fondamentali:

  1. La irrilevanza della garanzia solidale del datore di lavoro (nella specie il Mediocredito Fondiario Centroitalia). Neppure la solvibilità del datore di lavoro solidalmente coobbligato consente infatti la distrazione dei fondi suddetti, trattandosi di “norma di evidente garanzia a favore di coloro che sono o saranno beneficiari dei relativi trattamenti di assistenza e previdenza”, volta ad evitare che il datore di lavoro disponga a suo piacimento dei Fondi stessi. Garanzia, sottolinea ancora la Corte, ulteriore rispetto a quella comunque prevista in via generale dall’art. 2740 c.c. (per cui il datore di lavoro risponderebbe comunque con tutti i suoi beni presenti e futuri) approntata specificamente dal legislatore a maggior tutela dei Fondi Previdenziali Speciali.
  2. La sussistenza di un interesse giudizialmente in capo ai pensionati, “interesse che non presuppone alcun pericolo, né alcuno stato di incertezza sui diritti nascenti dal fondo, ma che ha origine direttamente dalla citata disposizione di legge, che nel sancire l’ obbligo riconosce specularmente un diritto”. Non sarebbero quindi condivisibili opinioni secondo le quali l’interesse ad agire dei pensionati potrebbe emergere soltanto nell’ipotesi di insufficienza patrimoniale del Fondo.
  3. La irrilevanza di una specifica norma statutaria di destinazione: la destinazione dei beni, afferma la Cassazione, nasce direttamente dalla legge e “la ratio della norma è invece quella di approntare la garanzia anche se non contemplata nell’atto istitutivo del fondo”.
  4. La estensione del vincolo di destinazione a tutti i beni del fondo necessari al perseguimento dello scopo, e che quindi nel caso esaminato dalla Cassazione erano costituiti: “dalla dotazione iniziale assegnata dell’ istituto, dai contributi a carico del datore e dei lavoratori, nonché dal reddito degli investimenti”.

Premesso quanto sopra in diritto, il comportamento dell’ Unicredit si presta a varie censure.
A quanto è dato comprendere dal Bilancio suddetto, ed a quanto risulta dai Bilanci redatti dagli Organi di gestione dei singoli Fondi, l’ Unicredit ha ritenuto di procedere come segue.
A seguito di nuove valutazioni attuariali, l’ Unicredit ha ravvisato una eccedenza nelle riserve matematiche dei bilanci dei Fondi interni, ed ha ritenuto di poter distrarre tali somme ritenute eccedenti, imputandole ad utili di esercizio della Banca stessa.
Tale condotta si pone in contrasto con l’ art. 2117 del cod. civ., così come interpretato dalla Cassazione. In tale situazione occorre chiedere il ripristino delle somme distratte nei Bilanci dei singoli Fondi Pensioni, alla luce dei principi giuridici sopra evidenziati.

Nè potrebbero essere invocati i principi contabili internazionali (IAS 19).
I Principi IAS suddetti non hanno certo abrogato l’ art. 2117 cod. civ., ed in ogni caso, a parte ogni altra considerazione, va rammentato che il D.Lgs. 28-2-2005 n. 38, art. 5 (Esercizio delle opzioni previste dall’articolo 5 del regolamento (CE) n. 1606/2002 in materia di princìpi contabili internazionali), dispone che: “Se, in casi eccezionali, l’applicazione di una disposizione prevista dai princìpi contabili internazionali è incompatibile con la rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, di quella finanziaria e del risultato economico, la disposizione non è applicata. Nel bilancio d’esercizio gli eventuali utili derivanti dalla deroga sono iscritti in una riserva non distribuibile se non in misura corrispondente al valore recuperato”.
E’ pertanto chiaro che i Principi IAS attengono più alla rappresentazione contabile che non alla titolarità dei diritti.