I Fondi Pensione e i Fondi Sanitari hanno gli stessi obblighi delle imprese verso i consumatori ?


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I consumatori sono molto garantiti dalla legge, possono far valere i loro diritti e presentare delle denunce all’Antitrust, che è l’Autorità preposta a tutela dei consumatori e del libero mercato.
Invece gli iscritti ai Fondi Pensione e soprattutto ai Fondi Sanitari (per non parlare degli iscritti agli Enti Bilaterali sindacali) in sostanza non possono farlo.
Da un lato la Covip rimane troppo spesso inerte (con una procedura per gli esposti e i reclami inutilmente burocratica e farraginosa).
Dall’altro lato per i Fondi Sanitari manca addirittura un’Autorità di Vigilanza (non essendo tale il Ministero della Salute, che si limita a gestire burocraticamente l’Anagrafe dei Fondi Sanitari).
Gli Enti Bilaterali sindacali, poi, nemmeno riconoscono lo status di associato ai loro iscritti / lavoratori, che debbono solo versare le quote annuali, ma nemmeno si vedono riconoscere i loro diritti di associati.

Emerge allora la necessità di dare una tutela agli iscritti a questi Fondi, e verificare se sia possibile riconoscere a loro le stesse tutele dei consumatori, e la possibilità di rivolgersi anche all’Antitrust in presenza di “pratiche commerciali scorrette” (ad esempio nel caso degli zainetti) ed altre violazioni di legge.

Anticipiamo subito la nostra conclusione: sia il diritto europeo che il diritto italiano ammettono questa possibilità, con notevole ampliamento della tutela degli iscritti.
Vediamo quindi i vari passaggi.

Per esaminare la complessa normativa sui Fondi Sanitari, clicca qui:

I Fondi Sanitari e la loro attuale disciplina

La nozione di impresa nel diritto europeo

Il diritto europeo ha una concezione di “impresa” più ampia (e più moderna) del diritto italiano.
Ad esempio in origine nel diritto italiano il professionista non era considerato un imprenditore ed il suo cliente non era considerato un consumatore. Allo stesso modo anche un’associazione senza scopo di lucro difficilmente veniva considerata una “impresa”, anche se aveva per oggetto un’attività a contenuto economico, sebbene senza la finalità di lucro.
Invece in Europa è il contrario: qualsiasi attività a contenuto economico, anche senza fine di lucro, viene considerata una “impresa”, e deve sottostare ad una serie di regole.
Il diritto europeo ha poi naturalmente inciso sul diritto italiano.

L’inclusione o meno nella categoria di impresa ha grandi implicazioni, poichè all’im­presa si applica un insieme di norme che compongono il cosiddetto «statuto generale dell’imprenditore», riferibile a qualsivoglia impresa, a prescindere dall’oggetto dell’attività (commerciale o agricolo), dal­la dimensione (grande, media o piccola), dalla forma organizzativa prescelta (individuale, societaria, associa­tiva), dalla natura dell’imprenditore (pubblico o privato) e dagli scopi che egli si prefigura (lucrativo, mutualistico, cooperazionale, di utilità sociale).

Ad esempio se un soggetto esercita un’attività di impresa, anche se è un’associazione senza scopo di lucro, è obbligato ad osservare le norme sul divieto di pratiche commerciali scorrette e sulla concorrenza emanate dall’Antitrust.

I Trattati Europei

Vediamo subito le norme dei Trattati Europei. Per scaricare il testo completo degli articoli clicca qui.

Articolo 101 TFUE:
1. Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno [per continuare clicca qui]

Articolo 102 TFUE
È incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo.
Tali pratiche abusive possono consistere in particolare [per continuare clicca qui]

La sentenza Hofner

Vediamo ora come è stato interpretato il concetta di impresa dalla giurisprudenza europea.
La sentenza fondamentale in materia è la famosa “Sentenza Hofner” (Sent. Höfner 23 apr. 1991, C-41/90), che costituisce la base di tutte le sentenze successive.
La sentenza Hofner afferma essenzialmente che: “È impresa qualsiasi entità, persona giuridica o fisica, che svolga un’attività economicamente rilevante (industriale, commerciale o prestazione di servizi)”.

Quindi è rilevante solo lo svolgimento di un’attività economica rilevante (offerta beni o servizi). Scrive la sentenza Hofner, al par. 21: “nel contesto del diritto della concorrenza, la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che esercita un’attività economica, a prescindere dallo status giuridico di detta entità e dalle sue modalità di finanziamento”

Invece NON è rilevante:
– lo status giuridico: dunque sono imprese tutti quei soggetti che offrono beni e servizi sul mercato, anche se non ricoprono la qualifica di impresa negli ordinamenti nazionali;
– la modalità di finanziamento e organizzazione;
l’assenza del fine di lucro.

In particolare nella Sentenza Hofner la Corte ha affrontato la questione della natura di impresa con riferimento a un ufficio di collocamento tedesco, cui il governo tedesco sosteneva non si dovesse applicare la normativa europea sulla concorrenza in ragione:
1) della sua natura giuridica di ente pubblico e
2) della circostanza che i suoi servizi dovevano considerarsi gratuiti.
La sentenza ha affermato invece che “nel contesto del diritto della concorrenza, la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che esercita un’attività economica, a prescindere dallo status giuridico di detta entità e dalle sue modalità di finanziamento, e che l’attività di collocamento è un’attività economica. La circostanza che le attività di collocamento sono di norma affidate a uffici pubblici non può influire sulla natura economica di queste attività. Le attività di collocamento non sono sempre state, né sono necessariamente, esercitate da enti pubblici.”

In epoca successiva la Commissione europea scrisse nella sua Comunicazione C262/1 del 2016, par. 9, (in materia di aiuti di Stato): “l’applicazione delle norme in materia di aiuti di Stato non dipende dal fatto che l’ente venga costituito per conseguire degli utili. Anche gli enti senza scopo di lucro possono offrire beni e servizi su un mercato.”

La nozione di impresa nel diritto italiano

Questo orientamento europeo ha naturalmente influenzato fortemente il diritto italiano, che pure era nato con il codice civile del 1942 con impostazioni ben diverse, tra l’altro influenzate dalle concezioni corporative del passato regime fascista.
Man mano, quindi, sono state emanate molte norme, il cui esame approfondito esula dallo scopo di questo articolo, che vuole concentrarsi solo sugli enti senza scopo di lucro di cui si occupa da molto tempo il nostro Studio (Fondi Pensione, Fondi Sanitari, Enti Bilaterali sindacali, Associazioni, ecc.)

I provvedimenti dell’Antitrust sul concetto di impresa

Vediamo allora i provvedimenti emanati dalla Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), comunemente indicata come Antitrust, che è una Autorità amministrativa indipendente che svolge la sua attività e prende decisioni in piena autonomia rispetto al potere esecutivo.
È stata istituita con la legge n. 287 del 10 ottobre 1990, recante “Norme per la tutela della concorrenza e del mercato”.
Ha  competenza anche sui diritti dei consumatori per le pratiche commerciali scorrette e la pubblicità ingannevole, in forza del c.d. Codice del Consumo, ovvero dal Decr. Leg.vo 6 settembre 2005 n.206 (vedi sotto).

L’Antitrust in particolare ha così affermato (sulla scorta del diritto europeo) nel Provvedimento AGCOM del 15/05/2008 n. 18285 in un processo antitrust con riferimento ad una associazione sportiva equestre: 

La nozione di impresa rilevante per il diritto della concorrenza ha, come noto, una portata più ampia rispetto a quella prevista dall’ordinamento civilistico nazionale, poiché ricomprende qualsiasi soggetto che eserciti attività di natura economica, indipendentemente dalla sua forma giuridica e dalle modalità di finanziamento [Corte Europea di Giustizia, causa 36/74, Walrave/UCI, del 12 dicembre 1974; causa C-41/90, Hoefner e Elser/Macroton, del 23 aprile; causa 41/83, Italia/Commissione – BritishTelecommunications, sentenza del 20 marzo 1985.]. In particolare, secondo la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, persegue una finalità “di natura economica” qualsiasi attività che partecipi agli scambi economici, a prescindere dalla ricerca del profitto ed anche in assenza di uno scopo di lucro.

La giurisprudenza della Cassazione

Anche la Corte di Cassazione ha ribadito questo orientamento della Corte Europea.
Per tutte richiameremo la sentenza della Cassazione a Sezioni Unite 30/12/2011 n. 30175, in cui si legge che “la nozione d’impresa, nell’ambito del diritto comunitario della concorrenza, abbraccia qualsiasi entità che eserciti un’attività economica, a prescindere dal suo status giuridico e dalle modalità di finanziamento (si veda in tal senso, tra le altre, la sentenza della Corte di giustizia CE 3 marzo 2011, AG2R Prèvoyance, nella causa C-437/09). Si tratta, cioè, di una nozione per certi aspetti più economica che giuridica, o almeno non giuridico – formale, nel senso che la sua essenziale connotazione risiede nell’esercizio organizzato e durevole di un’attività economica sul mercato, a prescindere dal modo in cui i singoli ordinamenti nazionali definiscono l’ente o la persona fisica alla quale la suddetta attività economica fa capo.
Non risulta perciò rilevante, ai fini che qui interessano, la qualifica di ente pubblico attribuito dall’ordinamento italiano all’Agenzia del territorio, il cui assoggettamento alla disciplina antimonopolistica (anche solo quella interna, stante il disposto della più volte citata L. n. 287 del 1990, art. 1, comma 4) dipende unicamente dal tipo di attività che essa svolge e dal modo in cui siffatta attività si esplica sul mercato. Quel che conta, cioè, è che si tratti di un’attività economica consistente nell’offerta di beni o servizi sul mercato da cui esuli l’esercizio di un potere d’imperio.”

Gli obblighi giuridici delle imprese

   Le “imprese” hanno una serie di obblighi generali, così riassumibili:

  1. Il divieto di pratiche commerciali scorrette
  2. Il divieto di abuso di posizione dominante
  3. Le intese restrittive della libertà di concorrenza
  4. Il divieto di concentrazione tra imprese

Le “imprese”, i “consumatori” e l’Antitrust

Le “imprese” (nel senso ampio che abbiamo visto) hanno l’obbligo fra l’altro di rispettare la Legge 10 ottobre 1990 n. 287 (“Norme per la tutela della concorrenza e del mercato”), che detta norme che “si applicano alle intese, agli abusi di posizione dominante e alle concentrazioni di imprese” e che ha istituito l’AGCM (Antitrust).

Le “imprese” hanno inoltre l’obbligo verso i “consumatori” (e vedremo più avanti quanto sia ampio questo concetto) di non adottare delle “pratiche commerciali scorrette o ingannevoli”.

Il divieto di pratiche commerciali scorrette

Il divieto di pratiche commerciali scorrette o ingannevoli è previsto dal c.d. Codice del Consumo, ovvero dal Decr. Leg.vo 6 settembre 2005 n.206 (agli artt. da 18 a 27) , che sul punto è stato modificato dal Decreto Legislativo 2 agosto 2007, n. 146 – Pratiche commerciali, e sulle quali vi è pure la competenza dell’Antitrust.
A sua volta l’ Antitrust, nell’ambito dei suoi poteri di normazione secondaria, ha emanato un apposito Regolamento con Deliberazione Agcm 8 agosto 2012 n. 23788 in tema di pubblicità ingannevole o illecita,  ovvero di pratiche commerciali scorrette.

Per fare un esempio, secondo l’art. 21, comma 3 bis del Codice del Consumo “è considerata scorretta la pratica commerciale di una banca, di un istituto di credito o di un intermediario finanziario che, ai fini della stipula di un contratto di mutuo, obbliga il cliente alla sottoscrizione di una polizza assicurativa erogata dalla medesima banca, istituto o intermediario ovvero all’apertura di un conto corrente presso la medesima banca, istituto o intermediari”
Un esempio recente di provvedimenti sanzionatori è dato dalla pesante multa da 5 milioni che l’ Antitrust ha inflitto a Intesa Rbm Salute (clicca qui).
Secondo l’Autorità, la società Intesa Rbm Salute ha messo in atto una pratica commerciale scorretta rendendo “onerosa e difficile per i consumatori la fruizione delle prestazioni assicurative”, poichè “gli assicurati hanno dovuto fronteggiare respingimenti di richieste con motivazioni pretestuose, ritardi nelle risposte e nella gestione delle prestazioni dirette, ritiri di autorizzazioni già rilasciate, arbitrarie limitazioni introdotte nella prassi liquidativa, difficoltà a contattare l’assistenza clienti, che si è rivelata poco efficace”.

Il divieto di abuso di posizione dominante

Articolo 3 della Legge 10 ottobre 1990 n. 287 
Abuso di posizione dominante.

1. È vietato l’abuso da parte di una o più imprese di una posizione dominante all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante, ed inoltre è vietato:

  1. imporre direttamente o indirettamente prezzi di acquisto, di vendita o altre condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose;
  2. impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al mercato, lo sviluppo tecnico o il progresso tecnologico, a danno dei consumatori;
  3. applicare nei rapporti commerciali con altri contraenti condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti, così da determinare per essi ingiustificati svantaggi nella concorrenza;
  4. subordinare la conclusione dei contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari che, per loro natura e secondo gli usi commerciali, non abbiano alcuna connessione con l’oggetto dei contratti stessi. [omissis]

Le intese restrittive della libertà di concorrenza

Articolo 2 della Legge 10 ottobre 1990 n. 287 
Intese restrittive della libertà di concorrenza.

1. Sono considerati intese gli accordi e/o le pratiche concordati tra imprese nonché le deliberazioni, anche se adottate ai sensi di disposizioni statutarie o regolamentari, di consorzi, associazioni di imprese ed altri organismi similari.

2. Sono vietate le intese tra imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante, anche attraverso attività consistenti …. [omissis]

Il divieto di concentrazione tra imprese

Articolo 5 della Legge 10 ottobre 1990 n. 287 
Operazioni di concentrazione.

1. L’operazione di concentrazione si realizza:

  1. quando due o più imprese procedono a fusione;
  2. quando uno o più soggetti in posizione di controllo di almeno un’impresa ovvero una o più imprese acquisiscono direttamente od indirettamente, sia mediante acquisto di azioni o di elementi del patrimonio, sia mediante contratto o qualsiasi altro mezzo, il controllo dell’insieme o di parti di una o più imprese;
  3. quando due o più imprese procedono, attraverso la costituzione di una nuova società, alla costituzione di un’impresa comune…… [omissis]

Articolo 6 della Legge 10 ottobre 1990 n. 287 
Divieto delle operazioni di concentrazione restrittive della libertà di concorrenza.

  1. Nei riguardi delle operazioni di concentrazione soggette a comunicazione ai sensi dell’articolo 16, l’Autorità valuta se comportino la costituzione o il rafforzamento di una posizione dominante sul mercato nazionale in modo da eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza. Tale situazione deve essere valutata tenendo conto delle possibilità di scelta dei fornitori e degli utilizzatori, della posizione sul mercato delle imprese interessate, del loro accesso alle fonti di approvvigionamento o agli sbocchi di mercato, della struttura dei mercati, della situazione competitiva dell’industria nazionale, delle barriere all’entrata sul mercato di imprese concorrenti, nonché dell’andamento della domanda e dell’offerta dei prodotti o servizi in questione.
  2. L’Autorità, al termine dell’istruttoria di cui all’articolo 16, comma 4, quando accerti che l’operazione comporta le conseguenze di cui al comma 1, vieta la concentrazione ovvero l’autorizza prescrivendo le misure necessarie ad impedire tali conseguenze….. [omissis]

I Fondi Pensione e i Fondi Sanitari sono imprese ?

I Fondi Pensione sono regolati essenzialmente dal Decr. Leg.vo 252 del 2005 e dalla normazione secondaria della Covip.

I Fondi Sanitari hanno una disciplina che abbiamo ricostruito nell’apposto articolo I Fondi Sanitari e la loro attuale disciplina. Questa normativa è assai più scarna, soprattutto perchè non è stato mai emanato il Decreto Ministeriale previsto dall’ art. 9, comma 8, del Decr. Leg.vo 502/92, ovvero “il regolamento contenente le disposizioni relative all’ordinamento dei fondi integrativi del Servizio sanitario nazionale”.
Quindi per i Fondi Sanitari in Italia si ammette che vi è una lacuna legislativa che attende di essere colmata, ed è ancora più pressante l’esigenza che vi sia una normativa di garanzia per gli utenti ed i consumatori.

La giurisprudenza europea

La giurisprudenza europea ha sempre sostenuto che i Fondi Pensione a capitalizzazione hanno natura di imprese ai sensi del diritto europeo, con tutti gli obblighi conseguenti.
In particolare vanno segnalate:

  1. Sentenza CGUE 17 febbraio 1993 – Puncet e Pistre – 1
  2. Sentenza CGUE 17 febbraio 1993 – Puncet e Pistre – 2
  3. Sentenza della CGUE del 16 novembre 1995 – Federation Francaise des Societes d’assurance

La giurisprudenza italiana

Va segnalata in particolare la sentenza del Tribunale di Monza, sez. II – del 25/02/2014, che ha così disposto: “Il codice del consumo può essere applicato anche nel caso di ente non profit operante nell’ambito degli enti eroganti prestazioni sanitarie e socio-assistenziali qualora sia qualificabile alla stregua di professionista ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 3 codice del Consumo, quale persona giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale e professionale, non potendosi negare tale natura se l’attività esercitata è contraddistinta dall’erogazione di prestazioni socio assistenziali verso corrispettivo, nonostante l’assenza di finalità lucrative, che colora in senso commerciale l’attività imprenditoriale”.

La posizione del Ministero del Lavoro

Il Ministero del Lavoro (nella persona del Ministro Sacconi) ha affermato l’applicabilità del “diritto comunitario della concorrenza” agli Enti bilaterali sindacali, escludendo la obbligatorietà dell’iscrizione e del versamento dei contributi proprio in osservanza di tali principi.
Così ha affermato il Ministero, ad esempio, nella sua Circolare Min. Lav. n. 43 – versamento contributi enti bilaterali, in cui così si legge:
“Sul punto il Ministero si è più volte pronunciato – a partire dalla circolare n. 4 del 2004, in merito alla interpretazione dell’articolo 10 della legge n. 30 del 2003 – nel senso di ritenere non obbligatoria la iscrizione all’ente bilaterale. Ciò in coerenza con i principi e le disposizioni previste dalla Carta costituzionale in materia di libertà associativa e, segnatamente, di libertà sindacale negativa, nonché con i principi e le regole del diritto comunitario della concorrenza”.

I rapporti fra la Covip e l’Antitrust

Si potrebbe infine obiettare che per i Fondi Pensione esiste già un’Autorità di Vigilanza, la cui competenza già assorbirebbe tutte le funzioni.
Si tratterebbe però di una obiezione in contrasto esplicito con la legge.

Infatti Il Decr. Leg.vo 252 del 2005, all’art. 15 quater, comma 1 quater, esplicitamente stabilisce che: “La COVIP collabora altresì con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, anche mediante scambio di informazioni. Dette Autorità non possono reciprocamente opporsi il segreto d’ufficio”.

Anche la Legge 28 dicembre 2005 n. 262 (“Tutela del risparmio”), all’art. 25, comma 3, dispone che: “Restano ferme le competenze in materia di tutela della concorrenza su tutte le forme pensionistiche complementari attribuite all’Autorità garante della concorrenza e del mercato dalla legge 10 ottobre 1990, n. 287, e le competenze in materia di sana e prudente gestione delle imprese di assicurazione attribuite all’ISVAP dalla legge 12 agosto 1982, n. 576, incluse quelle relative ai prodotti assicurativi con finalità previdenziali”.

Inoltre la stessa Legge 28 dicembre 2005 n. 262 (“Tutela del risparmio”) esige un coordinamento fra le varie Autorità, nell’ambito delle rispettive competenze:
Art. 20 – Coordinamento dell’attività delle Autorità
1. La Banca d’Italia, la CONSOB, l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse
collettivo (ISVAP), la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP) e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nel rispetto della reciproca indipendenza, individuano forme di coordinamento per l’esercizio delle competenze ad essi attribuite anche attraverso protocolli d’intesa o l’istituzione, […], di comitati di coordinamento […].
Art. 21 – Collaborazione fra le Autorità
1. La Banca d’Italia, la CONSOB, l’ISVAP, la COVIP e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato collaborano tra loro, anche mediante scambio di informazioni, per agevolare l’esercizio delle rispettive funzioni. Le Autorità non possono reciprocamente opporsi il segreto d’ufficio. […].

In conclusione la Covip e l’Antitrust hanno competenze diverse, e ciascuna si muove nel suo ambito, senza interferire con l’ altra Autorità.
Questo è riconosciuto dalla stessa Covip, che nella sua Guida Pratica “La trasmissione degli esposti alla COVIP” così scrive:
La COVIP non è invece competente per la trattazione di esposti relativi a:

  • prodotti finanziari (es. fondi comuni di investimento)
  • prodotti assicurativi (es. polizze sulla durata della vita umana)
  • prodotti bancari (es. mutui)
  • forme pensionistiche individuali istituite da imprese di assicurazione prima del 1° gennaio 2007 e non rese conformi al Decreto lgs. 252/2005
  • situazioni di pubblicità ingannevole, ancorché riguardanti fondi pensione.

I prodotti, le forme e le situazioni di cui sopra sono infatti sottoposti alla vigilanza di altre Autorità (Banca d’Italia, Consob, ISVAP, Autorità Antitrust

Gli associati ai Fondi sono anche “consumatori” ?

La giurisprudenza

La Cassazione, anche a Sezioni Unite, ha ripetutamente applicato la tutela del “consumatore” anche all’ipotesi del socio, dando rilievo alla prevalenza del contenuto del rapporto e alla sua mancanza di un potere di amministrazione.
Si veda da ultimo:
Cassazione civile sez. VI – 24/01/2020, n. 1666 (Requisiti soggettivi di applicabilità della disciplina legislativa consumeristica):
In tema di contratti stipulati dal “consumatore“, i requisiti soggettivi di applicabilità della disciplina legislativa consumeristica, in relazione ad un contratto di fideiussione stipulato da un socio in favore della società, devono essere valutati con riferimento alle parti dello stesso (e non già del distinto contratto principale), dando rilievo – alla stregua della giurisprudenza comunitaria (CGUE, sentenza 19 novembre 2005, in causa C-74/15 Tarcau) – all’entità della partecipazione al capitale sociale, nonché all’eventuale qualità di amministratore della società garantita assunto dal fideiussore. (Nella specie, è stata ravvisata la qualità di consumatore in capo al fideiussore in ragione della sua qualità di professoressa di lettere collocata a riposo e in assenza di prova circa la sua partecipazione all’attività d’impresa del garantito).

Ancora Cassazione sez. un. – 28/01/2020, n. 1868:
“Il contratto avente ad oggetto la sottoscrizione ad opera di un privato di azioni di una società e la conseguente attribuzione a detto socio del diritto di usufruire, per le proprie vacanze, di residenze turistiche messe a disposizione dalla società in misura corrispondente alle azioni acquistate configura un negozio unitario, a causa mista, […]  caratterizzato, sotto il profilo della concreta funzione perseguita dalle parti, dalla prevalenza, rispetto all’acquisizione della qualità di socio, della prestazione di fornitura di servizi posta a carico della società. Ne consegue che […] va affermata sulle relative controversie la giurisdizione del giudice italiano […] in relazione alla tutela del “consumatore”.

La dottrina giuridica

Si veda in particolare il recente studio di Gianluca Romagnoli, “I soggetti e la vigilanza nella sanità integrativa”, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 4, 1 aprile 2019, pag. 1349:

 “Sia pur in esito ad una prima riflessione sembra possibile sostenere che l’azione di AGCM non è impedita dalla circostanza che la prestazione è « calata » in una relazione associativa o ne costituisce una delle sue possibili manifestazioni, non integrandosi così quella contrapposizione netta tra parti che caratterizza la disciplina dei contratti di scambio di matrice consumeristica.
Il dato sostanziale consente di superare quello formale sol si considera che l’associato/socio aderisce, corrispondendo qualche cosa, proprio perché mira alla prestazione sanitaria integrativa, indipendentemente dal fatto che quella sia resa possibile dall’apporto degli altri soggetti che formano la collettività cui appartiene (associazione non riconosciuta o all’ente di mutuo soccorso).
In termini analoghi deve, ancora, essere considerata l’appartenenza sindacale, o ad un dato insieme di lavoratori, nell’ipotesi in cui la previsione di una forma di sanità integrativa venga definita in sede di contrattazione collettiva o con atto unilaterale del datore di lavoro. L’uno o l’altro atto sono la fonte di un impegno a garantire una determinata prestazione che ha un costo per il promittente che, alternativamente, avrebbe potuto riconoscere ai destinatari la corrispondente somma da impiegare autonomamente, per ricercare una forma previdenziale integrativa da chi le offre sul relativo «mercato».
La riconducibilità delle relazioni tra erogatori di assistenza sanitaria integrativa e loro beneficiari a quelle correnti tra professionisti e consumatori consente, quindi, d’intendere estesa anche all’area d’interesse la vigilanza di AGCM posta a presidio dell’osservanza regole miranti a garantire la piena capacità decisionale del contraente debole (artt. 20 ss. cod. ass.).

La normativa fiscale sulle Associazioni senza scopo di lucro

Esaminiamo  le norme generali, ai fini IVA ed Irpef, relative alle associazioni senza fine di lucro, comprese quelle sindacali, di categoria, ecc.

Il Testo Unico Irpef

Il TUIR regola la materia all’art. 148 (clicca qui), che fra l’altro dispone che:

Articolo 148
Enti di tipo associativo.

1. Non è considerata commerciale l’attività svolta nei confronti degli associati o partecipanti, in conformità alle finalità istituzionali, dalle associazioni, dai consorzi e dagli altri enti non commerciali di tipo associativo. Le somme versate dagli associati o partecipanti a titolo di quote o contributi associativi non concorrono a formare il reddito complessivo.

Per le Associazioni Sindacali e similari viene però posta una serie di condizioni, che vanno così elencate:

8. Le disposizioni di cui ai commi 3, 5, 6 e 7 si applicano a condizione che le associazioni interessate si conformino alle seguenti clausole, da inserire nei relativi atti costitutivi o statuti redatti nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata o registrata:

  1. divieto di distribuire anche in modo indiretto, utili o avanzi di gestione nonché fondi, riserve o capitale durante la vita dell’associazione, salvo che la destinazione o la distribuzione non siano imposte dalla legge;
  2. obbligo di devolvere il patrimonio dell’ente, in caso di suo scioglimento per qualunque causa, ad altra associazione con finalità analoghe o ai fini di pubblica utilità, sentito l’organismo di controllo di cui all’articolo 3, comma 190, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e salvo diversa destinazione imposta dalla legge;
  3. disciplina uniforme del rapporto associativo e delle modalità associative volte a garantire l’effettività del rapporto medesimo, escludendo espressamente la temporaneità della partecipazione alla vita associativa e prevedendo per gli associati o partecipanti maggiori d’età il diritto di voto per l’approvazione e le modificazioni dello statuto e dei regolamenti e per la nomina degli organi direttivi dell’associazione;
  4. obbligo di redigere e di approvare annualmente un rendiconto economico e finanziario secondo le disposizioni statutarie;
  5. eleggibilità libera degli organi amministrativi, principio del voto singolo di cui all’articolo 2532, comma 2, del codice civile, sovranità dell’assemblea dei soci, associati o partecipanti e i criteri di loro ammissione ed esclusione, criteri e idonee forme di pubblicità delle convocazioni assembleari, delle relative deliberazioni, dei bilanci o rendiconti; è ammesso il voto per corrispondenza per le associazioni il cui atto costitutivo, anteriore al 1° gennaio 1997, preveda tale modalità di voto ai sensi dell’articolo 2532, ultimo comma, del codice civile e sempreché le stesse abbiano rilevanza a livello nazionale e siano prive di organizzazione a livello locale;
  6. intrasmissibilità della quota o contributo associativo ad eccezione dei trasferimenti a causa di morte e non rivalutabilità della stessa.

9. Le disposizioni di cui alle lettere c) ed e) del comma 8 non si applicano alle associazioni religiose riconosciute
dalle confessioni con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese, nonché alle associazioni politiche, sindacali e di categoria.

Il Testo Unico IVA

Analogamente dispone il TU dell’Iva all’art. 4, fra l’altro:

“Si considerano fatte nell’esercizio di attività commerciali anche le cessioni di beni e le prestazioni di servizi ai soci, associati o partecipanti verso pagamento di corrispettivi specifici, o di contributi supplementari determinati in funzione delle maggiori o diverse prestazioni alle quali danno diritto, ad esclusione di quelle effettuate in conformità alle finalità istituzionali da associazioni politiche, sindacali e di categoria, religiose, assistenziali, culturali sportive dilettantistiche, di promozione sociale e di formazione extrascolastica della persona, anche se rese nei confronti di associazioni che svolgono la medesima attività e che per legge, regolamento o statuto fanno parte di una unica organizzazione locale o nazionale, nonché dei rispettivi soci, associati o partecipanti e dei tesserati dalle rispettive organizzazioni nazionali”.

Anche qui viene posta una serie di condizioni:
le suddette norme “si applicano a condizione che le associazioni interessate si conformino alle seguenti clausole, da inserire nei relativi atti costitutivi o statuti redatti nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata o registrata”:
[seguono le stesse condizioni sopra viste per l’Irpef]