I Fondi Pensione ex esonerativi ed ex esclusivi


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La normativa


Gli Enti Pubblici creditizi vennero privatizzati dalla c.d. Riforma Amato, ovvero la legge 218/90 ed il Decr. Leg.vo 357/90.
Per la storia anche successiva della normativa dei Fondi ex esonerativi ed ex esclusivi clicca qui

La Convenzione con l’ INPS

Fino al 31 dicembre 2012 le Banche hanno erogato anche la pensione per conto dell’ INPS, in forza della apposita Convenzione del 15 febbraio 1999 stipulata con l’ INPS (vedi Circolare INPS n. 93 del 2001)
La Gestione Speciale presso l’ INPS aveva una durata prevista di venti anni, ma venne prorogata fino al 31 dicembre 2012.
Dal 1° gennaio 2013 non operò più il regime “transitorio”, e la quota INPS venne pagata direttamente dall’ INPS e non più dalle Banche.
Con Decreto Ministeriale 12 dicembre 2012 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha disposto la soppressione della Gestione speciale, presso l’INPS, degli enti pubblici creditizi, ai sensi dell’articolo 7, comma 5, del Decreto Legislativo 20 novembre 1990, n. 357.
Contestualmente il Ministero ha decretato il trasferimento all’assicurazione generale obbligatoria delle residue attività patrimoniali, così come risultanti dal rendiconto 2010 e riportate nel prospetto allegato, della Gestione speciale per l’erogazione dei trattamenti pensionistici al personale degli enti pubblici creditizi, istituita presso l’INPS e soppressa a decorrere dal 1° gennaio 2011.
Il Bilancio della Gestione Speciale risulta dall’ Allegato 1 ed Allegato 2 del Decreto Ministeriale 12 dicembre 2012.

Le forme pensionistiche ex esclusive:

– Banco di Napoli
– Banco di Sicilia

Le forme pensionistiche ex esonerative

  1. Fondo per le pensioni ed indennità al personale della CARIPLO (D.P.R. 14/12/1973, n. 1025);
  2. Cassa di previdenza aziendale per il personale del Monte dei Paschi di Siena (D.P.R. 26/3/1976);
  3. Fondo di previdenza per il personale della Cassa di Risparmio di Firenze (D.P.R. 18/4/1973, n. 468);
  4. Cassa di previdenza per il personale dell’Istituto bancario S. Paolo di Torino (D. M. 18/8/62)
  5. Fondo pensioni per il personale della Cassa di Risparmio di Torino (D.P.R. 18/4/1973, n. 496);
  6. Cassa di previdenza per il personale della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (D.P.R. 6/3/1976, n. 263);
  7. Fondo di previdenza per il personale della Cassa di Risparmio di Asti (D.P.R. 8/4/1976, n. 194)
  8. Fondo pensioni per il personale della Cassa centrale di Risparmio “V. Emanuele” per le provincie siciliane (D.P.R. 9/11/1972, n. 1136)

Gli altri fondi esonerativi non bancari:

Per completezza di esposizione, segnaliamo che vi erano altri due Fondi esonerativi non appartenenti al settore creditizio, ovvero:
– Fondo di previdenza per il personale dipendente dalla Direzione Generale dell’INA.
– Cassa di previdenza per il personale di ruolo dell’Istituto Autonomo per le case popolari della provincia di Genova.

L’EVOLUZIONE NORMATIVA

La complessa storia della normativa dei Fondi esonerativi inizia nel 1958.
Dal 1990 questa evoluzione normativa è in gran parte comune anche ai due Fondi ex esclusivi (Banco di Napoli e Banco di Sicilia).

La Legge n. 55 del 1958

La legge n. 55 del 1958 aveva consentito al Ministero del Lavoro l’ esonero per alcuni Fondi dal versamento della contribuzione all’ Assicurazione Generale Obbligatoria, a fronte della costituzione di Fondi Esonerativi vigilati dal Ministero del Lavoro, con Statuti approvati con Decreto del Presidente della Repubblica.
Le obbligazioni dei Fondi Esonerativi erano garantite solidalmente dai datori di lavoro (art. 15) non essendovi per i Fondi suddetti né l’ obbligo di mantenimento delle riserve matematiche, né l’ obbligo di versare i contributi nella stessa misura delle aliquote vigenti per l’ AGO.

La Legge 218/90 e il Decr. Leg.vo 357/90

Nel 1990 il Legislatore privatizzò le Banche di diritto pubblico, disponendo la loro trasformazione in Spa, e quindi impose il passaggio dei dipendenti e dei pensionati delle Banche all’ AGO, con la L. 218/90 ed il Decr. L.vo 357/90.
Di conseguenza venne disposta la trasformazione dei precedenti Fondi Esonerativi in Fondi Integrativi, i cui nuovi Statuti erano espressamente sottoposti all’ approvazione del Ministro del Lavoro, e non più del Presidente della Repubblica ex art. 5, comma 5° (cfr. Cass. 8786/99).
Lo scopo espressamente imposto dal Legislatore ai Fondi Integrativi era quello di mantenere e garantire “il trattamento di miglior favore” previsto dai precedenti regimi esonerativi.
Il patrimonio dei Fondi era espressamente vincolato a quello scopo voluto dal Legislatore, con divieto di destinare il suddetto patrimonio ad altre finalità, ancorché previdenziali.

Il Decr. Leg.vo 503/92

Il Decr. Leg.vo 503/92 incise sulla misura del trattamento INPS, e la normativa di legge venne altresì dichiarata applicabile ai regimi ex esonerativi delle Banche in forza dell’ art. 9 dello stesso Decreto.
Di conseguenza i Fondi integrativi, che avrebbero dovuto per Statuto integrare la pensione INPS fino a concorrenza dell’importo complessivamente dovuto, si sarebbero trovati improvvisamente con un aggravio di oneri a loro carico.
Per evitare ciò il legislatore, al 3° comma del suddetto art. 9, stabilì che i Fondi integrativi non sarebbero stati tenuti ad elevare all’improvviso la loro integrazione alla pensione INPS, ma che avrebbero potuto farlo solo a seguito di nuovi accordi collettivi.
La ratio della norma è assai evidente: per accollare i maggiori e imprevisti oneri (provocati da improvvise innovazioni legislative) a carico dei Fondi Integrativi, occorreva contemporaneamente reperire delle nuove risorse ed a ciò non poteva che provvedere un nuovo accordo sindacale.
Testualmente la norma è la seguente:

art. 9 D. L.vo 30/12/92, n° 503

(Trattamenti di pensione ai lavoratori di cui al D.L. vo 20/11/1990, n. 357).
1. Le disposizioni di cui ai titoli primo e terzo del presente decreto riferito ai lavoratori dipendenti dell’assicurazione generale obbligatoria trovano applicazione anche per gli iscritti alla gestione speciale di cui al D.L. vo 20/11/1990, n. 357, relativamente alle pensioni o quota di essa a carico della gestione medesima.
2. Gli artt. 2, 3, 8, 10, 11, 12 e 13 trovano applicazione nei confronti dei regimi aziendali integrativi ai quali è iscritto al personale di cui all’art. 2 del D.L. vo 20/11/1990, n. 357.
3. Le variazioni derivanti ai trattamenti pensionistici per effetto di quanto disposto al comma due rispetto alla previgente disciplina incidono sul trattamento complessivo dell’art. 4 del D.L. vo 20/11/1990, n. 357, salvo che non sia diversamente disposto in sede di contrattazione collettiva.

Si tratta peraltro di una politica legislativa manifestata tutte le volte che, in conseguenza di nuovi limiti alla quota INPS, la previdenza complementare avrebbe dovuto sostenere improvvisamente degli oneri imprevisti (art. 3, comma 19, legge 335/95, ovvero la “Riforma Dini”).

L’art. 9, 2° comma, del suddetto Decreto estendeva le nuove norme limitative dettate per l’ AGO non solo alla quota a carico dell’ Inps, ma anche alla quota di trattamento erogata dai Fondi Integrativi ex esonerativi (e solo a questi), consentendo però il ripristino del suddetto miglior favore ad opera della contrattazione collettiva, anzichè dei nuovi Statuti (art. 9, comma 3).
La suddetta norma ablativa del miglior favore si presta a censure di incostituzionalità, poiché interviene non solo sulla quota a carico dell’ Inps (il che è ovviamente consentito) ma anche sul trattamento integrativo che non grava certo sulla collettività e soprattutto perché circoscrive irragionevolmente la suddetta rimozione del trattamento integrativo ai soli Fondi ex esonerativi, e non alla generalità dei fondi integrativi stessi, malgrado la dichiarata volontà di omogeneizzare i trattamenti integrativi con il regime generale obbligatorio.
Questa considerazione differenziata del legislatore verso i Fondi ex esonerativi portava a colpire una sola categoria, che dovette cercare di rinegoziare, accollandosi ulteriori costi, quanto già aveva ottenuto in precedenza. Per tutti gli altri fondi integrativi lo stesso trattamento di miglior favore veniva invece lasciato intatto, con disparità di trattamento difficilmente giustificabile.
La contrattazione collettiva delle Banche privatizzate avrebbe dovuto recuperare negozialmente non solo la diminuzione della quota a carico dell’ Inps (e ciò sarebbe stato ragionevole), ma anche quanto decurtato irragionevolmente sul trattamento integrativo aziendale.
Il ripristino del trattamento, comportando comunque maggiori oneri per il Fondo, che avrebbe dovuto supplire ed integrare la sopravvenuta diminuzione della Pensione INPS, avrebbe dovuto essere congruamente finanziato con un aumento dei contributi ed il conseguente sacrificio delle parti sociali.

Il Decr. Leg.vo 124 del 1993 e il suo ambito applicativo

In data 28 aprile 1993 era entrato in vigore il Decr. Leg.vo 124 del 1993 (clicca qui per il testo storico), di disciplina della previdenza complementare, ed era stata quindi istituita la COVIP.
Si pose subito il problema della riconducibilità dei Fondi ex esonerativi nell’ ambito della previdenza complementare e della vigilanza della COVIP.
Nel 1994 così testualmente scrisse Persiani (“Il campo di applicazione del Decr. 124/93” in “La previdenza complementare delle Banche: problemi e prospettive”, pag. 33 e segg.):
“Probabilmente, analoga complementarietà di funzioni con il sistema pubblico può essere ritenuta sussistere anche per i regimi integrativi che sono succeduti a quelli esclusivi ed esonerati, soppressi dalla l. n. 218 del 1990 e regolati dal d.lgs. n. 357 del 1990.
Anche questi regimi, infatti, non sono istituiti con accordi o contratti collettivi, ma sono voluti dalla legge che ne determina anche la funzione.
Ond’è si può ritenere che la loro esistenza, o se si vuole sopravvivenza, corrisponde ad una particolare valutazione che il legislatore fece, e che oggi mantiene, della opportunità di riservare a certi lavoratori un trattamento previdenziale complessivamente più favorevole.
Peraltro, si deve ritenere che i regimi di cui ora si è detto, a ragione delle loro caratteristiche, sono esclusi dal campo di applicazione del d.lgs. n. 124 del 1993”.
L’ autorevole intervento dottrinale venne pronunciato ad un convegno promosso dall’Assicredito, e divenne all’ epoca l’ orientamento ufficiale delle Banche.

La legge 335/95

L’ art. 17 del Decr. Leg.vo 124/93 venne poi novellato dall’ art. 14 della legge 335 del 1995, ovvero la cosiddetta Riforma Dini.
Questa norma per la prima volta prese in considerazione i Fondi ex esonerativi e ne dispose espressamente la iscrizione all’ Albo della Covip.
Per prevenire dubbi, alla luce della diversa origine storica dei Fondi ex esonerativi, la loro menzione nel 1° comma fu espressa (“ivi compresi i fondi di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 357).
D’altra parte la stessa legge 335 del 1995, anche in altri articoli, quando volle comprendere nel suo ambito applicativo i Fondi qui esaminati, ritenne di farne espressa menzione: si veda ad esempio l’ art. 3, comma 19 (“Alla gestione speciale e ai regimi aziendali integrativi di cui al D.Lgs. 20 novembre 1990, n. 357”).
La stessa legge per la prima volta attribuiva alla COVIP (art. 17, lett. b) un potere di approvazione degli statuti, in base a parametri piuttosto limitati e che saranno poi oggetto di ulteriore ampliamento legislativo (approva gli statuti ed i regolamenti dei fondi pensione, verificando la ricorrenza dei requisiti di cui al comma 3 dell’articolo 4 e delle altre condizioni richieste dal presente decreto”).

Il comma 40 della legge 449/97, art. 59

Alla data del 31/12/97 gli Statuti dei Fondi, però, non erano ancora approvati.
La Legge Finanziaria del 1998 (Legge 449/97, art. 59, comma 40) dispose una sorta di sanatoria e approvò ex lege i vari Statuti.
Trascriviamo integralmente il comma 40:
“Alle modifiche statutarie relative alle forme pensionistiche di cui al comma 1 per aspetti non concernenti la modificazione dell’area dei potenziali destinatari, deliberate prima della iscrizione nelle sezioni speciali dell’albo dei fondi pensione disposta dalla commissione, non si applicano l’articolo 17, comma 2, lettera b), o comunque altre procedure di autorizzazione”.
La Corte di Cassazione, nella sentenza Cass. 2012 n. 1715, modificando il precedente orientamento della Corte d’ Appello di Torino, affermò che la suddetta “sanatoria” avrebbe efficacia retroattiva, ovvero con decorrenza dalla data di deliberazione dello Statuto.