Esodati – la possibilità di annullamento delle dimissioni


Print Friendly, PDF & Email

Un problema che si potrebbe porre per gli esodati è quello della possibilità per il lavoratore di rientrare in Azienda, se non potesse conseguire il diritto all’assegno straordinario o alla pensione.

Si discute, ovvero, se in questo caso il lavoratore possa chiedere un “annullamento” o comunque la caducazione giuridica delle sue dimissioni (o della risoluzione consensuale del rapporto).
Normalmente nulla è stato pattuito fra le parti per l’ ipotesi di impossibilità di accesso alla pensione o al Fondo di Solidarietà.
Se le parti (lavoratore e Banca) avessero previsto per iscritto tale eventualità, allora è chiaro che i loro rapporti sarebbero regolati dagli accordi sottoscritti.
Normalmente le parti hanno agito dando come scontato un certo quadro normativo in tema di accesso alla pensione e al Fondo di Solidarietà, ma non lo hanno menzionato esplicitamente nelle loro dichiarazioni (dimissioni o risoluzione consensuale).
In tal caso, verificandosi un mutamento del quadro normativo, si pone un serio problema giuridico di validità delle dimissioni (o della risoluzione consensuale del rapporto).

Il problema è ben noto ai giuristi da tempo assai risalente, e addirittura dalla fine dell’800, quando lo studioso tedesco Windscheid nel 1892 formulò la teoria giuridica della “presupposizione”
(in tedesco “voraussetzung”).
Nonostante molti dubbi e divergenze, questa teoria giuridica è ormai accolta dalla Cassazione, e può essere così definita: “il verificarsi di una determinata situazione di fatto o di diritto (passata, presente o futura) la quale possa ritenersi tenuta presente dai contraenti nella formazione del loro consenso – pur in mancanza di un espresso riferimento ad essa nelle clausole contrattuali – come presupposto condizionante il negozio”.
Per fare un esempio pratico, secondo questa teoria, se Tizio acquista un terreno edificabile da Caio, pagandolo un prezzo assai elevato, e successivamente viene modificato il piano regolatore ed il
suddetto terreno diventa agricolo perdendo quasi tutto il suo valore, allora Tizio potrebbe far valere il fatto che i due contraenti hanno negoziato sul presupposto (comune ad entrambi) secondo cui il terreno era edificabile.
Anche se le due parti non avevano esplicitamente previsto tale eventualità, secondo la teoria della presupposizione, Tizio potrebbe chiedere lo scioglimento del contratto di compravendita del
terreno.

Venendo al nostro caso, è evidente che nel corso delle procedure di riduzione di personale (con collocazione dei lavoratori in esubero dapprima a carico del Fondo di Solidarietà e poi in
pensione) le Banche e i sindacati, e poi anche i singoli lavoratori, hanno agito sul presupposto comune che i lavoratori che accettavano di risolvere il loro rapporto di lavoro avrebbero usufruito dapprima dell’assegno straordinario e poi della pensione.
Tale situazione di fatto e di diritto era certamente data come scontata da entrambe le parti, ed anzi era spesso perfino menzionata negli atti della procedura di riduzione di personale.
È evidente che alla luce di ciò, di fronte ad un completo stravolgimento del quadro normativo in tema di accesso all’assegno straordinario ed alla pensione, potrebbe porsi seriamente il problema
dell’annullamento delle dimissioni (o della risoluzione consensuale del rapporto).

Sul punto si debbono fornire ancora due precisazioni.
In un passato lontano (circa 20 anni fa) il problema venne già posto in giudizio in occasione del primo blocco delle pensioni di anzianità operato nel settembre 1992 dall’allora Governo Amato
(Decreto Legge 19 settembre 1992, n. 384).
In quell’occasione vi furono lavoratori dimissionari dalla Fiat che impugnarono le loro dimissioni alla luce del fatto che non potevano più accedere alla pensione di anzianità.
La domanda venne respinta dalla sentenza 23/6/1995 della Pretura di Torino (Cengarle /Fiat Auto).
La sentenza suddetta, pur ammettendo la sussistenza giuridica del principio della presupposizione, tuttavia nel caso concreto della Fiat non ravvisò la prova che il lavoratore e l’azienda
avessero risolto il rapporto di lavoro proprio a causa del conseguimento della pensione di anzianità, e non per altri motivi.
Questa conclusione, nel caso della Fiat, era rafforzata dal fatto che l’indennità di mobilità non è affatto finalizzata alla pensione, potendo essere conseguita anche da lavoratori trentenni in cerca di nuova occupazione.
Al contrario, venendo al caso delle Banche, la collocazione nel Fondo di Solidarietà è proprio finalizzata alla pensione, e quindi la situazione giuridica si presenta ben diversa.
La seconda precisazione consiste nella doverosa menzione della lontana sentenza di Cassazione 23/1/1992 n. 728, con la quale venne escluso che la presupposizione potesse applicarsi alle
dimissioni, in quanto atto unilaterale, e non contratto bilaterale.
Si tratta di orientamento lontano e non condivisibile, ed in ogni caso va tenuto conto del fatto che nell’ipotesi di lavoratori bancari in esubero, a monte delle dimissioni dei lavoratori, vi sono
sempre degli accordi sindacali o delle “offerte al pubblico” da parte delle Banche.
La complessa situazione è in fase di sviluppo ed occorrerà seguirne l’evoluzione.