L’ assemblea degli esodati del 6 Novembre 2014 a Milano


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Si è tenuta a Milano il 6 novembre 2014 l’ Assemblea nazionale degli esodati del Gruppo Intesa, promossa dai gruppi Facebook degli Esodati Intesa Sanpaolo, dall’ Associazione Pensionati Cariplo e dall’ Associazione Amici Comit – Piazza Scala.

Il video dell’ intervento dell’ Avv. Iacoviello

 

La sintesi dell’ intervento dell’ Avv. Michele Iacoviello.

Buongiorno a tutti e grazie dell’ invito.
Dividerò il mio intervento in due parti:
– una sulle problematiche generali degli esodati
– l’ altra in modo specifico sul Fondo Sanitario Intesa.

Le problematiche generali degli esodati

Gli Esodati sono coloro che hanno subito i danni delle riforme Sacconi e Fornero, con il conseguente differimento del momento della pensione.
I problemi principali della categoria sono i seguenti:

    • Il differimento del momento della pensione
    • La denuncia all’ Unione Europea
    • L’ erroneo calcolo della contribuzione versata all’INPS per il periodo di Fondo Esuberi
    • L’ erroneo calcolo del TFR

1) Il differimento del momento della pensione

Il differimento dell’età pensionabile per gli esodati ha fatto diventare il diritto alla pensione una vera lotteria.
Le cosiddette salvaguardie (che ad oggi sono sei) hanno previsto che il differimento della data della pensione fosse derogato per alcune categorie specificamente individuate di persone (i cosiddetti “salvaguardati”).
Senonchè le deroghe suddette per i salvaguardati non vennero affatto estese a tutti gli aventi diritto, ma vennero limitate pesantemente dallo scarso budget delle risorse di volta in volta stanziate dal Governo.
In ognuna delle “salvaguardie” si è previsto espressamente che una volta esaudito il budget stanziato, l’INPS non avrebbe preso in considerazione altre domande di pensione.
Si tratta di una previsione assurda: in questo modo il diritto alla pensione non è più un vero e proprio diritto certo, ma diventa incerto ed aleatorio come in una triste lotteria fra poveri.

I precedenti storici

Non è stato affatto così negli anni passati, prima delle riforme Sacconi e Fornero.
Quando il Governo Amato nel lontano 1992 (in occasione di una famosa legge Finanziaria “lacrime e sangue”) prorogò per la prima volta la data delle pensioni di anzianità, introdusse una deroga per coloro che si erano già dimessi prima del Decreto legge.
Questa deroga però, a differenza di oggi, valeva per tutti i lavoratori, poiché a nessuno venne in mente, pur nella scarsità di denaro pubblico disponibile, di istituire una sorta di lotteria per stabilire i pochi privilegiati che avrebbero conseguito il diritto alla pensione.
Le riforme Sacconi e Fornero avrebbero dovuto operare ragionevolmente nello stesso modo, tutelando tutti coloro che avevano già maturato i diritti in precedenza, senza che l’INPS potesse sbrigativamente “tirar giù la saracinesca” dopo aver finito i soldi stanziati dal Governo.

I profili di illegittimità

In questo modo i diritti dei lavoratori non sono più dei veri e proprio diritti, ma sono diventati delle concessioni caritatevoli concesse dal potere politico di volta in volta, con interventi angoscianti e umilianti per tutti.
La cosa è ulteriormente aggravata dal fatto che il criterio adottato dalla legge per individuare i pochi soggetti “salvaguardati” è un criterio irragionevole, poiché si dà la priorità non al momento di maturazione della pensione, come sarebbe stato ovvio e ragionevole, ma al diverso criterio della data di dimissioni, che ovviamente non ha nulla a che vedere con la data del diritto alla pensione.
Per fare un esempio pratico: se Tizio si è dimesso ieri mattina e maturerà il diritto alla pensione tra 5 anni tramite il Fondo Esuberi, è assurdo che passi davanti a Caio che si dimetterà domani mattina per poi maturare il diritto alla pensione solo dopo un anno.
E’ evidente che in questo caso bisognerebbe dare priorità a Caio, che maturerà il diritto alla pensione prima di Tizio, pur essendosi dimesso dal lavoro in un momento successivo.
L’irragionevolezza assoluta del criterio attuale di legge si spiega in realtà con la cinica volontà del Governo di risparmiare denaro a qualunque costo, poiché nell’esempio suddetto l’INPS inizierà a pagare la pensione dopo 5 anni a Tizio anziché pagarla a Caio dopo un solo anno.
Si tratta di una situazione assurda e incostituzionale, come già evidenziato nella dottrina giuridica (Cinelli).
E’ stato peraltro sostenuto da un autorevole giurista, oggi senatore, il Prof. Ichino, che gli esodati in quanto tali non avrebbero un vero e proprio diritto soggettivo, ma solo di una mera aspettativa, non essendo ancora titolari di pensione.
Si tratta di una tesi non solo meramente formalistica, ma anche giuridicamente sbagliata, poiché sia la Corte Costituzionale (sent. del 1988) che la Corte di Cassazione (1998) hanno già da tempo parificato ai pensionati coloro che pur non essendo ancora titolari di pensione hanno già maturato i requisiti necessari per la pensione.

La impugnabilità in Corte Costituzionale

I suddetti profili di incostituzionalità e di illegittimità delle norme sugli Esodati possono essere fatti valere sia davanti alla Corte Costituzionale e sia davanti alla Corte di Giustizia Europea.
Di recente la Corte Costituzionale avrebbe dovuto pronunciarsi sulla scandalosa questione degli insegnati che avrebbero maturato la cosiddetta “quota 96”, ma ha eluso pilatescamente ogni pronuncia, rilevando dei vizi procedurali nella ordinanza di rimessione del Tribunale di Siena, che invece era ottimamente motivata.
E’ bene quindi prendere atto che ben difficilmente la Corte Costituzionale vorrà affrontare nel merito il problema degli esodati, e che comunque probabilmente finirebbe per sostenere che i diritti degli esodati andrebbero comunque bilanciati con la scarsa disponibilità di risorse pubbliche, finendo per vanificare le richieste di giustizia.

La denuncia all’ Unione Europea

Propongo quindi di seguire un’altra strada prevista dalla normativa dell’Unione Europea, investendo della questione direttamente la Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
È possibile presentare denuncia contro lo Stato Italiano per violazione dei trattati e delle direttive dell’Unione Europea.
Un esempio assai recente è costituito dalla denuncia presentata dalla CGIL nei confronti dello Stato Italiano per abuso dei contratti a termine.
In questo caso se lo Stato non si adegua viene aperta una procedura di infrazione e si svolge un giudizio davanti alla Corte di Giustizia Europea fra la Commissione Europea e lo Stato membro.
A tale giudizio potremmo partecipare anche noi.
In tale denuncia verrebbe soprattutto messa in evidenza l’assurdità di una situazione in cui le leggi dello Stato italiano dapprima spingono un lavoratore a presentare le sue dimissioni, con la prospettiva di un suo pensionamento dopo il transito nel Fondo di Solidarietà, per poi “cambiare le carte in tavola” durante tale periodo di transizione, lasciando il lavoratore privo di ogni reddito.
Si tratta di un’illegittimità così evidente ed in contrasto con numerosi principi europei da far presumere che ragionevolmente l’Unione Europea vorrà intervenire condannando l’Italia, come già avvenuto numerose altre volte (ad esempio per le cosiddette “quote latte” e per l’esenzione dell’ICI alla Chiesa Cattolica). L’iniziativa dovrebbe essere sottoscritta materialmente dagli esponenti delle associazioni e dei gruppi degli esodati, cui allegare poi le adesioni del maggior numero possibile di singoli esodati aderenti.

Le problematiche con il Fondo Sanitario Intesa

Vengo ora alle questioni relative al Fondo Sanitario Intesa.

La Cassa Sanitaria Intesa

Siamo lieti di comunicare che abbiamo vinto a Milano contro il Fondo Sanitario Intesa e contro la Cassa Sanitaria Intesa la causa di impugnativa dell’accordo sindacale del 2 ottobre 2010 che disponeva il trasferimento coattivo degli iscritti e del patrimonio della Cassa Sanitaria al Fondo Sanitario.
L’estrema importanza di questa sentenza del Tribunale di Milano consiste nel fatto di aver dichiarato che un accordo sindacale (stipulato dalle cosiddette “Fonti Istitutive”) non può sciogliere una Cassa Sanitaria e trasferire altrove il suo patrimonio.
Questo potere spetta solo all’assemblea, o al referendum fra gli iscritti.
Sotto il profilo pratico il Fondo Sanitario è stato costretto a restituire alla Cassa Sanitaria l’intero patrimonio da questa ricevuto, maggiorato dei rendimenti maturati nel frattempo.
Si tratta di ben 34 milioni di euro che adesso il Fondo Sanitario e la Cassa Sanitaria dovranno negoziare con le due associazioni pensionati cui sono iscritti i promotori della causa, ovvero l’Associazione Pensionati Cariplo e l’Associazione Pensionati “Amici Comit – Piazza Scala”.
L’obiettivo è di negoziare in questo modo un miglioramento delle inique condizioni attualmente praticate dal Fondo Sanitario ai pensionati.

Il rifiuto della Banca di pagare il contributo aziendale nel periodo di vuoto reddituale

Su questo fronte proseguono le altre iniziative contro il Fondo Sanitario.
In primo luogo è stata avviata l’azione collettiva contro l’illegittimo rifiuto della Banca di pagare il contributo al Fondo Sanitario agli esodati che si sono venuti a trovare in una situazione di vuoto reddituale.
A parte l’evidente immoralità di un accanimento della Banca contro chi è rimasto ingiustamente privo di ogni reddito, è illegittima la violazione degli accordi individuali stipulati con la Banca all’atto delle dimissioni.
In quegli accordi la Banca garantiva fino al pagamento della pensione il mantenimento delle condizioni praticate ai lavoratori in servizio (sia le condizioni creditizie che quelle sanitarie).
La Banca ha dapprima sospeso unilateralmente il contributo suddetto agli esodati in vuoto reddituale e successivamente ha stipulato con i sindacati l’accordo del 16 gennaio 2014 di convalida dell’operato della Banca.
È questo triste esempio di come oggi troppo spesso i sindacati non solo rimangono inerti nella tutela dei diritti dei lavoratori, ma addirittura risultino utili alle Banche per dare una qualche apparenza di validità a comportamenti datoriali che altrimenti apparirebbero fin troppo unilaterali ed arbitrari.

La rappresentatività dei pensionati

E’ stato posto il quesito da Filippo Iasonna sulla rappresentatività dei pensionati nel Fondo Sanitario Intesa, mettendo giustamente in evidenza la sproporzione fra il numero dei pensionati iscritti (circa un terzo) e l’insignificante rappresentanza in consiglio (un solo consigliere).
Il quesito mette in rilievo un grande deficit di democrazia interna, ma la mia risposta giuridica non può che prendere atto doverosamente della mancanza di una normativa oggi esistente sul punto.
Mentre per i Fondi di Previdenza Complementare esiste una dettagliata normativa, basata sul Decreto Legislativo 252/05, nonché una notevole produzione di delibere e circolari da parte della COVIP, non vi è uguale normativa per i Fondi Sanitari.
Ad esempio nella previdenza complementare se il datore di lavoro non versa contributi al Fondo, non può avere una sua rappresentanza nel Consiglio di Amministrazione (art. 5 del D. Lgs 252/05).
Se questa norma fosse applicabile anche ai Fondi Sanitari, non si giustificherebbe la possibilità dei consiglieri della banca di amministrare la gestione dei pensionati, ormai patrimonialmente separata da quella degli attivi.
Infatti, come è noto, la Banca non versa alcun contributo al Fondo per i pensionati, e di conseguenza il relativo patrimonio dovrebbe ormai appartenere ai soli pensionati ed essere gestito solo da questi.
Invece in modo del tutto ingiustificato la Banca pretende oggi di poter gestire con i sindacati un patrimonio che non è suo.
Intendiamoci bene: noi continuiamo a sostenere che il Fondo Sanitario dovrebbe avere un unico patrimonio, senza separatezza contabile fra attivi e pensionati, per il principio di solidarietà fra lavoratori che hanno contribuito assieme a formare il suddetto patrimonio.
Se però si intende mantenere, come avviene oggi, una netta separazione patrimoniale fra la gestione degli attivi e quella dei pensionati, allora bisognerebbe coerentemente far autogestire alla sola categoria dei pensionati il loro patrimonio separato, mediante libere elezioni di consiglieri.
Queste considerazioni, che non sono contestabili sotto il profilo della logica e del buon senso, non possono avere oggi sufficienti appigli normativi tali da giustificare un’azione giudiziaria, e questo ve lo devo dire con molta franchezza.

La discriminazione verso le vedove

Altra questione notevole è il trattamento discriminatorio riservato alle vedove, alla luce della recente assurda innovazione secondo cui la vedova pagherebbe la sua quota del 3% non sulla base della sua attuale pensione (come tutti) ma sulla base di un maggiore importo che in realtà non percepisce, ovvero sulla pensione originaria del coniuge deceduto, ridotta al 60% se non al 40%.
Questa ingiusta discriminazione è oggi oggetto di un nostro approfondimento, in cui stiamo valutando la possibilità di agire giudizialmente, per violazione del principio di parità e del divieto di discriminazione.

L’ accesso ai documenti del Fondo e la privacy

Infine vorrei occuparmi dell’ ottima iniziativa di Antonio la Rosa per ottenere copia delle delibere e dei verbali delle adunanze del Consiglio del Fondo.
Purtroppo oggi Antonio non ha potuto essere presente in sala, ma sappiamo che è sempre molto attento alle iniziative degli esodati.
Alla sua istanza di accesso ai documenti, che dovrebbe costituire la normalità per un Fondo nei confronti dei suoi iscritti, il Presidente del Fondo ha risposto maldestramente scomodando addirittura i principi sulla privacy.
E’ veramente curiosa l’improvvisa sensibilità del Fondo ai valori della privacy quando quattro anni fa, all’atto della Sua costituzione, ritenne lecito il trasferimento coattivo degli iscritti dalla Cassa Sanitaria Intesa.
In quell’occasione, senza nessun consenso dei singoli interessati, ed in forza di un solo accordo sindacale collettivo, tutti i dati privatissimi degli iscritti e dei loro congiunti in tema di malattie e di condizioni di salute, vennero in massa trasferiti nella disponibilità del Fondo, in totale spregio di ogni diritto delle persone in tema di privacy.
L’assurda situazione è stata da noi denunciata nella causa vittoriosa in cui abbiamo impugnato l’accordo sindacale 2/10/2010 e lo scioglimento della Cassa Sanitaria Intesa.
Il Tribunale ha accolto le nostre domande per delle violazioni di legge ancora più gravi, e quindi non è passato ulteriormente ad esaminare la violazione della privacy, ma sul punti ci riserviamo anche un esposto al Garante della Privacy.
Il Fondo dopo aver violato così platealmente i diritti dei suoi iscritti (e aggiungiamo che solo di recente è stato chiesto il consenso dei congiunti dell’iscritto per la privacy) ha poi pretestuosamente invocato tale normativa per opporre un’inspiegabile segretezza alle delibere del Fondo.
Neppure un amministratore di condominio potrebbe opporre i principi sulla privacy per rifiutarsi di mostrate una delibera condominiale.
A questo punto Antonio de Rosa si è rivolto al Garante della Privacy proprio per evidenziare l’insussistenza di tale problematica, e ha ottenuto una risposta ufficiale dal Garante sulla estraneità della normativa sulla privacy alle delibere del Fondo.
Infatti egli non aveva certo chiesto di conoscere le condizioni di salute di qualche iscritto, ma voleva solo conoscere il contenuto delle delibere sulla gestione del Fondo.
E’ un diritto elementare di qualsiasi iscritto.
Il problema si risolve facilmente mediante esercizio del diritto di accesso di cui alla legge 241/90, art. 22.
Tale legge, comunemente nota come legge sulla trasparenza amministrativa, si applica non solo alle Pubbliche Amministrazioni, ma anche ai privati che esercitano pubbliche funzioni.
E’ sufficiente, per avere interesse al rilascio dei suddetti documenti, essere un iscritto al Fondo anziché un estraneo ad esso. Nulla di più.
Provvederò a far avere ad Antonio de Rosa un nuovo testo della richiesta.

La contribuzione al Fondo Esuberi

Passiamo ora all’altra importante questione del calcolo della contribuzione che le Banche versano all’INPS per il periodo in cui il lavoratore è nel Fondo Esuberi.
Quando il lavoratore va al Fondo Esuberi la Banca deve comunque versare i contributi all’INPS.
Si tratta di una contribuzione figurativa (chiamata così poiché non vi è prestazione lavorativa).
Il problema è analogo a chi va in cassa integrazione o in mobilità, solo che in questo caso i contributi sono a carico dell’INPS, mentre per il Fondo Esuberi sono a carico della Banca.
Le Banche versano i contributi non sull’intera retribuzione del lavoratore, ma solo sulla cosiddetta R.A.L. (retribuzione annua lorda),
La R.A.L.  include le voci paga “stipendio”, “scatti di anzianità” ed “importo ex ristrutturazione tabellare”, cui si aggiungono anche gli “assegni ad personam”. Non vengono quindi inseriti il VAP, i premi, e le altre voci continuative.
Al contrario per la Cassa Integrazione e la mobilità vengono inseriti tutti i compensi di carattere continuativo, in base alla media dell’ultimo anno di contribuzione.
Questo comportamento delle Banche secondo noi è illegittimo.
Chiunque sia stato nel Fondo Esuberi può controllare il suo Estratto Conto Contributivo sul sito dell’ INPS e potrà quindi constatare che la sua retribuzione pensionabile cala nettamente dall’ultimo periodo lavorativo alla sua collocazione nel Fondo Esuberi.
Mediamente la perdita si aggira intorno ai € 5.000 annui.
Questa decurtazione della retribuzione pensionabile incide poi ovviamente sul calcolo della pensione finale erogata dall’INPS.
Quali sono invece i criteri di legge ?
La legge fondamentale sul calcolo della contribuzione figurativa è la legge 155/1981.
Successivamente è stata emanata la legge 183/2010 (art. 40), a cui fa riferimento anche l’accordo ABI – Sindacati del 20 dicembre 2013, che contiene la nuova disciplina del Fondo Esuberi.
Questo accordo non è stato ancora recepito nell’ apposito Decreto Ministeriale, ma il principio adottato è ormai quello del calcolo dei contributi in base a tutte le voci retributive continuative.
Invece le Banche non stanno facendo cos’, e hanno omesso quantomeno di inserire il VAP nel calcolo dei contributi.
Il criterio da noi invocato, paradossalmente, era addirittura ritenuto giusto dallo stesso San Paolo.
Prima della fusione con Intesa, il San Paolo versava i contributi anche sul VAP, mentre dopo la fusione è stato cambiato il programma di calcolo, con una decurtazione illegittima. Quindi i lavoratori San Paolo hanno due diversi criteri di calcolo dei contributi figurativi, ovvero prima e dopo la fusione con Intesa.

Dal 2012 si è verificata un’ulteriore inadempienza.

Gli aumenti retributivi del contratto nazionale del 2012 sono stati pagati come EDR (elemento distinto della retribuzione), anziché come aumento della voce stipendio.
Questo è avvenuto per due anni dal 1°/6/2012 fino al 30/6/2014.
In questo modo l’EDR è stato escluso dalla contribuzione figurativa versata per il Fondo Esuberi, con conseguente danno sul calcolo della pensione.
Aggiungo con l’occasione che l’EDR è stato altresì escluso dal calcolo della pensione complementare.

La prescrizione dei contributi all’ INPS dopo la riforma Dini del 1995 è quinquennale (decorrente mese per mese), ma su denuncia del lavoratore (purchè spedita entro i 5 anni) torna ad essere decennale.
In ogni caso anche se i contributi sono prescritti verso l’ INPS, il lavoratore ha diritto ex art. 2116 cod. civ. al risarcimento del danno subito (ovvero la capitalizzazione della perdita mensile sulla pensione). Tale danno si prescrive molto tempo dopo, ovvero dopo dieci anni decorrenti dalla data di pensionamento INPS.
E’ quindi molto importante che ciascuno spedisca all’INPS e alla Banca la raccomandata interruttiva della prescrizione.

Il ricalcolo del TFR

Il TFR (trattamento di fine rapporto) è stato calcolato dalle Banche in modo sbagliato ed illegittimo, poichè sono state omesse alcune voci retributive, quali ad esempio:
– Il lavoro straordinario
– I premi di anzianità per i 25 e 35 anni di lavoro
– I premi di rendimento individuali
– Le ferie non godute
– Le festività non godute
– Il trattamento estero, ecc.

 La Cassazione ha condannato più le Banche a ricalcolare il TFR, in una serie di cause promosse dal nostro Studio.
Le sentenze suddette valgono sia per la contrattazione collettiva delle Casse di Risparmio (sia Impiegati che Direttivi) e sia per quella Assicredito (qui però solo per i Direttivi e non per gli Impiegati).
Sono già molte le Banche che hanno perso queste cause, e che spesso non presentano nemmeno l’ appello.
Il termine di prescrizione è di cinque anni, quindi occorre inviare subito la raccomandata interruttiva della prescrizione. Per un parere gratuito si può consultare l’ apposito form sul nostro sito.

Questa è la carrellata generale dei maggiori problemi che hanno oggi gli esodati.

Seguite gli aggiornamenti sui gruppi Facebook e sui siti delle Associazioni Cariplo e Amici Comit

Sul mio sito www.iacoviello.it e sulla pagina Facebook “studiolegaleiacoviello” troverete continui aggiornamenti giuridici.

Grazie della partecipazione e buona giornata a tutti.