Il calcolo della pensione dei liberi professionisti ed il principio del pro rata


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I due sistemi teorici di calcolo della pensione: retributivo o contributivo

In linea teorica vi sono due sistemi di calcolo della pensione: retributivo e contributivo.

Qual è la differenza fra i due sistemi ?
Nel sistema retributivo (o reddituale) la pensione si calcola sulla media dei migliori redditi annuali (in genere gli ultimi della carriera, ma non necessariamente) trascurando le annualità più “magre” e quindi con una media reddituale più elevata.
Nel sistema contributivo si includono tutte le annualità di reddito, anche le più “magre”, e quindi il calcolo medio ai fini della pensione si abbassa.

Il calcolo retributivo è più vantaggioso del contributivo, e permette ai pensionati di godere di un tenore di vita più vicino a quello goduto mentre si era “attivi” (per gli economisti si chiama “tasso di sostituzione“).
Il calcolo contributivo è però aritmeticamente più corretto, anche se meno vantaggioso, e mantiene meglio l’equilibrio dei bilanci.

In Italia nel 1995, la c.d. Riforma Dini delle pensioni (legge 335/95) introdusse gradualmente il sistema di calcolo contributivo dal 1995 (salvaguardando le annualità precedenti di contribuzione).
Dal 2012, poi, questo sistema venne generalizzato dalla c.d. Legge Fornero, e da quel momento è in pratica la regola per le nuove annualità.

L’introduzione del sistema contributivo nel 1995

La Riforma Dini (Legge 335/1995), nell’introdurre il metodo contributivo ha differenziato la situazione dei regimi previdenziali:

  • l’INPS è stato obbligato a passare dal c.d. sistema retributivo al c.d. sistema contributivo
  • le Casse Professionali di cui al Decr. Leg.vo 509/94 sono state solo autorizzate a farlo, ma senza averne alcun obbligo e rimettendo tutto alla loro autonomia.

La Riforma Dini ed i poteri regolamentari attribuiti alle Casse Professionali

Alle Casse venne conferito un potere di carattere generale di regolamentare sia le prestazioni pensionistiche che i contributi.
La base normativa di questo potere è l’art. 3, comma 12, della Legge 335/95, che nella sua versione originaria (clicca qui) conferisce alle Casse il potere di emanare provvedimenti di:
– variazione delle aliquote contributive,
– riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico.

Questo potere normativo delle Casse è subordinato però a due condizioni, di cui una è di carattere formale e l’ altra sostanziale:

  1. l’approvazione delle Delibere da parte del Ministero del Lavoro
  2. il “rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti”

La norma suddetta così recita testualmente nella sua formulazione originaria:
“In esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dall’art. 2, comma 2, del predetto decreto [ndr: l’equilibrio di bilancio], sono adottati dagli enti medesimi provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti”.

Il comportamento concreto tenuto dalle Casse dal 1994

Le Casse a partire dal 1994 (anno della loro privatizzazione con il Decr. Leg.vo 509/94) ed anche in seguito alla Riforma Dini del 1995 (Legge 335/95), di fatto hanno progressivamente peggiorato i criteri di calcolo delle prestazioni erogate, sia per tener conto del nuovo criterio contributivo, ma soprattutto più in generale per fronteggiare i problemi di bilancio.

Queste modifiche, però, sono state talvolta applicate al di là di quanto consentito dalla legge, fino a violare spesso – secondo la Cassazione – il principio del pro rata.
In seguito a questo è nato un contenzioso promosso da molti professionisti (soprattutto Commercialisti, sia Ragionieri che Dottori) hanno agito in giudizio ottenendo il ricalcolo della pensione (quantomeno per i pensionati ante 2007).

In cosa consiste il principio del pro rata ?

Abbiamo visto che la legge ha attribuito alle Casse Professionali il potere di regolamentare le prestazioni pensionistiche, e questo potere vale anche in senso peggiorativo, purchè “nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate“.

In cosa consiste questo principio ?
Con un primo approccio, il principio del c.d. pro rata significa che le modifiche alle regole di calcolo vanno applicate tendenzialmente solo per il futuro e non relativamente ai contributi già versati negli anni precedenti.
La problematica generale è estremamente complessa (e corrisponde all’incirca a quella dei c.d. diritti quesiti”), ma per questa, per non appesantire questo articolo, facciamo rinvio alla pregevole motivazione della sentenza Cass. n. 24221 del 2018, al paragrafo n. 8 (si tratta di una sentenza assai importante, scritta dal Giudice Giovanni Amoroso, attualmente Giudice in Corte Costituzionale).
Il brano più significativo della sentenza è riportato in fondo a questo articolo, nel paragrafo “La teoria del “maturato previdenziale” secondo Cass. 13/11/2014 n. 24221″

Veniamo però alle domande pratiche.
A chi si applica esattamente questo principio ?
Si applica solo a chi al momento della modifica in peius è già pensionato, oppure a chiunque abbia versato dei contributi in precedenza ?
Questo principio è inderogabile, oppure può essere bilanciato con altre esigenze come ad esempio quelle di bilancio ?

La risposta non può essere solo teorica o di principio, ma deve confrontarsi con le norme di legge speciali emanate per le Casse Professionali.
Ed è qui che le cose si fanno davvero complicate, perchè raramente si è visto un pasticcio legislativo come quello che ora passiamo ad esaminare.

I testi normativi nelle varie versioni

Sostanzialmente vi sono stati quattro interventi normativi sullo stesso punto:

  1. Il testo di legge originario (art. 3, comma 12, della Legge 8 agosto 1995)
  2. il testo di legge modificato dall’art. 1, comma 763, della Legge 27 dicembre 2006 n. 296.
  3. la sanatoria degli atti e delle Delibere ad opera del medesimo art. 1, comma 763, della Legge 27 dicembre 2006 n. 296.
  4. l’interpretazione autentica della sanatoria (art. 1, comma 488, della Legge 27 dicembre 2013, n. 14

Legge 335 del 1995 – art. 3, comma 12

Testo originario del 1995
Legge 335 / 1995 – art. 3, comma 12
Versione del 2006
(Art. 1, comma 763, della Legge 27 dicembre 2006 n. 296).
Nel rispetto dei princìpi di autonomia affermati dal decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, relativo agli enti previdenziali privatizzati, allo scopo di assicurare l’equilibrio di bilancio in attuazione di quanto previsto dall’art. 2, comma 2, del predetto decreto legislativo, la stabilità delle rispettive gestioni è da ricondursi ad un arco temporale non inferiore a 15 anni. In esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dall’art. 2, comma 2, del predetto decreto, sono adottati dagli enti medesimi provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti.
[…].
Gli enti possono optare per l’adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge.

























Nel rispetto dei princìpi di autonomia affermati dal decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, e dal decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103, e con esclusione delle forme di previdenza sostitutive dell’assicurazione generale obbligatoria, allo scopo di assicurare l’equilibrio di bilancio in attuazione di quanto previsto dall’ articolo 2, comma 2, del suddetto decreto legislativo n. 509 del 1994, la stabilità delle gestioni previdenziali di cui ai predetti decreti legislativi è da ricondursi ad un arco temporale non inferiore ai trenta anni. Il bilancio tecnico di cui al predetto articolo 2, comma 2, è redatto secondo criteri determinati con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le associazioni e le fondazioni interessate, sulla base delle indicazioni elaborate dal Consiglio nazionale degli attuari “nonché dal Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP)” (1). In esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dal suddetto articolo 2 , comma 2, sono adottati dagli enti medesimi, i provvedimenti necessari per la salvaguardia dell’equilibrio finanziario di lungo termine, avendo presente il principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti e comunque tenuto conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni. Qualora le esigenze di riequilibrio non vengano affrontate, dopo aver sentito l’ente interessato e la valutazione del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, possono essere adottate le misure di cui all’ articolo 2, comma 4, del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509.
[…].
Gli enti possono optare per l’adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge.

1) Le parole originarie del 2006 “nonché dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale” sono state poi sostituite dalle parole “nonché dal Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP)” ad opera dell’articolo 12, comma 12-bis, del D.L. 6 luglio 2011 n. 98, convertito, con modificazioni, dalla Legge 15 luglio 2011, n. 111

La sanatoria e l’interpretazione autentica

Versione originaria del 2006
Art. 1, comma 763, della Legge 27 dicembre 2006 n. 296.
Interpretazione autentica del 2013
(Art. 1, comma 488, della Legge 27 dicembre 2013, n. 14
)
Comma 763.

All’articolo 3, comma 12, della legge 8 agosto 1995, n. 335, il primo e il secondo periodo sono sostituiti dai seguenti:
“[…]”.
Sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al presente comma ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della data di entrata in vigore della presente legge.

Comma 488

L’ultimo periodo dell’articolo 1, comma 763, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, si interpreta nel senso che gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al medesimo comma 763 ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della data di entrata in vigore della legge 27 dicembre 2006, n. 296, si intendono legittimi ed efficaci a condizione che siano finalizzati ad assicurare l’equilibrio finanziario di lungo termine.

Il principio del pro rata prima e dopo il 2007

Sulla base di queste modifiche legislative, e del successivo intervento di interpretazione autentica, si è consolidato questo orientamento:

  • per chi è andato in pensione prima del 2007, le eventuali modifiche del calcolo della pensione sono illegittime, perchè si deve rispettare il principio del pro rata rigido, cioè secondo la originaria formulazione dell’art. 3, comma 12, della legge 335 del 1995, a nulla rilevando le norme di sanatoria e di interpretazione autentica, che in questo caso non hanno efficacia retroattiva
  • per chi invece va in pensione a partire dal 2007,si applica il principio del pro rata attenuato, e le modifiche ai criteri di calcolo sono legittime, poichè si applica la nuova formulazione dell’art. 3, comma 12, della legge 335 del 1995, e quindi le Casse possono modificare i criteri di calcolo purchè rispettino la nuova formulazione della norma, ovvero:
    • avendo presente il principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti e comunque tenuto conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni
    • a condizione che siano finalizzati ad assicurare l’equilibrio finanziario di lungo termine.

Questa distinzione trova fondamento nella fondamentale sentenza della Cassazione a Sezioni Unite n. 17742 del 2015, che ora andiamo ad esaminare.

La sentenza delle Sezioni Unite n. 17742/15

L’iter giudiziario di queste cause è stato particolarmente tormentato, ma è ormai stato risolto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate nell’importante sentenza n. 17742/15, la quale ha fissato la portata del principio del pro rata ed ha riconosciuto il diritto a mantenere le condizioni di calcolo più favorevoli, quantomeno a tutti coloro che sono andati in pensione ante 2007.

In particolare, la Cassazione ha bocciato la lettura che le Casse avevano dato alla clausola di salvezza introdotta nel 2006, chiarendo che tale sanatoria si applicava sì agli atti precedentemente adottati, ma che gli effetti sanatori andavano riferiti solo al futuro, vale a dire dal 2007 in poi.

Concretamente, i provvedimenti di modifica peggiorativi adottati prima del 2007 vengono “salvati”, ma la loro validità va – secondo la Cassazione – valutata alla luce di due parametri diversi, vale a dire:

  • Per coloro che hanno maturato il diritto alla pensione PRIMA del 1° gennaio 2007, alla luce del principio del pro rata “rigido”
  • Per coloro che hanno maturato il diritto alla pensione DOPO tale data, alla luce del pro rata “attenuato”.

In virtù di questa pronuncia, dunque, si possono distinguere due categorie di pensionati, alle quali corrispondono due diversi livelli di tutela.

Questa sentenza quindi dà ragione ai pensionati pre-2007 a cui sia stata applicata una modifica peggiorativa alla pensione in violazione dell’art. 3, co. 12 l. 225/1995 vecchia formulazione.
Questa speranza si è già concretizzata in risarcimenti significativi, ad esempio, con riferimento a due tipici interventi peggiorativi introdotti dalla Cassa dei ragionieri e commercialisti:

  • L’imposizione di un massimale pensionabile, dichiarato illegittimo dalla stessa sentenza n. 17742/2015 in quanto provvedimento non contemplato nella formulazione originaria del pro rata;
  • L’applicazione di criteri di calcolo meno favorevoli della pensione senza tener conto delle quote di anzianità.

I principi di diritto delle Sezioni Unite
Cass. S.U. 08/09/2015 n. 17742

Così testualmente si esprimono le Sezioni Unite nei principi di diritto finali della sentenza:

In conclusione, debbono affermarsi i seguenti principi di diritto.

A) Nel regime dettato dalla L. 8 agosto 1995, n. 335 (legge di riforma del regime pensionistico obbligatorio e complementare), gli enti di previdenza privatizzati di cui al D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509 (tra cui rientra la Cassa nazionale di previdenza ed assistenza a favore di ragionieri e periti commerciali) non possono adottare, in funzione dell’obiettivo di assicurare l’equilibrio di bilancio e la stabilità delle proprie gestioni, provvedimenti (quale la Delib. 28 giugno 1997, del Comitato dei delegati della Cassa, approvata con decreto 31.07.97 del Ministro del lavoro e della previdenza sociale) che, lungi dall’incidere sui criteri di determinazione del trattamento pensionistico, impongano un massimale allo stesso trattamento e, come tali, risultino incompatibili con il rispetto del principio del pro rata, previsto dalla stessa L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 12, in relazione alle anzianità già maturate rispetto all’introduzione delle modifiche derivanti dagli stessi provvedimenti.

B) Nel regime previdenziale dettato dalla L. 8 agosto 1995, n. 335 (legge di riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), per le prestazioni pensionistiche erogate dagli enti previdenziali privatizzati ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509 (tra cui rientra la Cassa nazionale di previdenza ed assistenza a favore di ragionieri e periti commerciali) ed in relazione alle anzianità già maturate rispetto all’introduzione delle modifiche imposte dalla legge di riforma, per i trattamenti pensionistici maturali prima del 1 gennaio 2007 trova applicazione la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, nella formulazione originaria, che prevedeva l’applicazione rigorosa del principio del pro rata.

C) Nel regime previdenziale e per gli enti indicali al capo che precede, per i trattamenti pensionistici maturati dal 1 gennaio 2007 in poi trova applicazione la L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 12, nella formulazione introdotta dalla L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 763, che prevede che gli enti previdenziali suddetti emettano delibere che mirano alla salvaguardia dell’equilibrio finanziario di lungo termine, “avendo presente” – e non più rispettando in modo assoluto – il principio del pro rata, tenendo conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni. Con riferimento agli stessi trattamenti pensionistici maturati dopo dal 1 gennaio 2007, sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale già adottati dagli enti medesimi ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della data di entrata in vigore della L. n. 296 del 2006, ai sensi della L. n. 296 del 2006, detto art. 1, comma 763, ultimo periodo, come interpretato dalla L. 27 dicembre 2013, n. 147, art. 1, comma 488, il quale ha contenuto chiarificatore del dettato legislativo e non viola i canoni legittimanti l’intervento interpretativo del legislatore desumibili dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

D) Il diritto al pagamento dei ratei delle prestazioni pensionistiche liquidate dagli enti previdenziali privatizzati ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509 (tra cui rientra la Cassa nazionale di previdenza ed assistenza a favore di ragionieri e periti commerciali), oggetto di richiesta di riliquidazione, non si prescrive nel termine quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, ma in quello decennale ordinario previsto dall’art. 2946 c.c.

Appendice:
La teoria del “maturato previdenziale” secondo Cass. 13/11/2014 n. 24221

Il testo che segue costituisce il paragrafo n. 8 della sentenza (scaricabile integralmente cliccando qui).
La pregevolissima motivazione di questa sentenza è stata autorevolmente redatta dal Giudice Giovanni Amoroso, attuale Giudice della Corte Costituzionale.
Questo è il testo.

In riferimento a tale criterio (del pro rata) può in generale considerarsi che gli assicurati hanno, non già un mero interesse di fatto al futuro trattamento pensionistico, ma una “posizione previdenziale” già maturata e che appartiene al patrimonio dell’assicurato come diritto al montante complessivo della contribuzione già versata. Ciò non vuoi dire che ci sia un diritto quesito alla pensione calcolata secondo un più favorevole criterio previgente – tra quelli in vigore al momento del versamento della contribuzione – rispetto a quello vigente al momento del collocamento in quiescenza. Ma neppure, al contrario, che l’assicurato ha solo una mera aspettativa alla pensione e che, quanto ai criteri di calcolo, il legislatore ordinario potrebbe liberamente determinarli nell’esercizio della sua discrezionalità.

C’è una soglia minimale di trattamento pensionistico corrispondente alla posizione previdenziale già maturata via via nel corso della vita lavorativa secondo un criterio sinallagmatico (contribuzione versus prestazione) al pari, ad es., della rendita vitalizia per le assicurazioni private. L’ammontare della contribuzione fino ad un certo momento accumulata dall’assicurato ha un suo valore economico in termini di potenziale rendita vitalizia; una sorta di “maturato previdenziale” che non può essere sterilizzato dal legislatore (nè tanto meno dall’ente previdenziale nell’esercizio del suo potere di autoregolamentazione delle prestazioni). Quindi il sistema previdenziale pubblico e privato ha un’intrinseca soglia minimale di protezione, derivata – e garantita a livello costituzionale – dal criterio di “adeguatezza” prescritto dall’art. 38 Cost., comma 2, e modulata diacronicamente in quanto dipendente dalla variabilità di plurimi parametri che concorrono a definirla (primo tra i quali il coefficiente che esprime l’aspettativa di vita); ciò che porta a negare validità alla tesi, sostenuta dalla difesa della Cassa, secondo cui l’assicurato avrebbe soltanto una mera aspettativa di fatto ad un trattamento pensionistico (di anzianità o di vecchiaia).

Il legislatore – chiamato ripetutamente a riequilibrare il sistema pensionistico – è stato ben consapevole che, mutando in termini meno favorevoli i criteri di calcolo delle pensioni, occorre comunque apprestare una clausola di garanzia a tutela delle posizioni previdenziali già maturate nel vigore di precedenti criteri più favorevoli. Quindi la tutela del “maturato previdenziale” si traduce in una specifica clausola di garanzia, tra le tante astrattamente ipotizzabili come attualizzazione in concreto della garanzia di soglia minimale di trattamento pensionistico.

Già il legislatore della riforma del 1995 ha previsto le specifiche clausole di garanzia di cui si è detto sopra: quella massima del comma 13, art. 1 (in favore gli assicurati che alla data del 31 dicembre 1995 potevano far valere un’anzianità contributiva di almeno diciotto anni); quella “bilanciata” del precedente comma 12 (il criterio del pro rata in favore gli assicurati che alla data del 31 dicembre 1995 potevano far valere un’anzianità contributiva inferiore a diciotto anni); quella preventiva del comma 12, art. 3 (in favore degli assicurati delle Casse privatizzate ex D.Lgs. n. 509 del 1994, in caso di future modifiche peggiorative del sistema previdenziale categoriale ad opera degli emanandi Regolamenti e delibere delle Casse stesse, approvati con decreto ministeriale).

Di tutti tali tre criteri può predicarsi la natura di concreta – nonchè idonea (ex art. 38 Cost., comma 2) – attualizzazione di quella soglia minimale di garanzia del maturato previdenziale di cui si è finora detto.

Nostre osservazioni sui c.d. diritti acquisiti

Spesso chi contesta in materia previdenziale la salvaguardia di alcune posizioni soggettive eccepisce che si sarebbe in presenza non di un vero e proprio “diritto soggettivo”, ma di una semplice aspettativa, magari di fatto e neppure di diritto.
Senonchè questa osservazione sarebbe comunque irrilevante.
Non ha alcuna importanza, di fronte a una norma di legge di tutela, discutere dell’ontologica natura dottrinale della posizione soggettiva tutelata (aspettativa di fatto, aspettativa di diritto, diritto soggettivo attuale, diritto soggettivo futuro, diritto quesito).

Il legislatore è infatti sovrano nel decidere che cosa intende tutelare, ed è di questo – e solo di questo – che l’interprete deve occuparsi.

Se il legislatore dichiara di tutelare una determinata “posizione soggettiva”, diventa ozioso e fuorviante negare tale volontà del legislatore in base a concettualizzazioni preesistenti ed estranee alla legge.

D’altra parte è noto che la categoria del cosiddetto “diritto quesito” si basa non tanto sulla struttura formale della sua fattispecie costitutiva, ma sulla tutela che una fonte giuridica sovraordinata eventualmente gli voglia attribuire, dotandolo di un certo grado di resistenza e di impermeabilità alle normative sopravvenute.

La sua vera caratteristica, quindi, è più contenutistica che strutturale.

Potremo quindi avere da un lato dei diritti soggettivi già perfezionati che sono liberamente modificabili da fonti normative, e dall’ altro lato al contrario potremo avere delle posizioni in fattispecie a formazione progressiva non ancora completate alle quali, per scelta politica discrezionale, è conferito un certo grado di resistenza alle normative sopravvenienti.

Per fare un esempio concreto, il lavoratore ancora in servizio che abbia già maturato gli anni necessari per il suo diritto alla pensione integrativa (Cass. 1 luglio 1998, n° 6427) avrà già diritto alla tutela della sua posizione, ad alla sua conseguente immodificabilità, sebbene non abbia ancora conseguito il diritto soggettivo alla pensione poiché non si è ancora dimesso e non ha presentato la domanda di pensione.

Il legislatore, nell’ambito delle sue scelte discrezionali, può decidere quali posizioni giuridiche soggettive tutelare, con il solo limite dei principi costituzionali e senza risentire dei limiti posti dalle opinioni dottrinali di questo o quel giurista.