Blocco della perequazione 2012-13 – La violazione degli artt. 3, 36 e 38 Cost.


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I vizi di incostituzionalità del blocco della perequazione sono sostanzialmente riconducibili a due profili:

1. L’ incostituzionalità nel merito (di cui ci occupiamo in questa pagina).
2. La violazione del giudicato costituzionale di cui all’ art. 136 Cost., nonchè dell’ art. 6 della CEDU (clicca qui).

La incostituzionalità nel merito

Si tratta di un un vizio già ritenuto sussistente dalla stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 70/2015,
per contrasto con i seguenti articoli della Costituzione:
– art. 3 (principio di uguaglianza)
– art. 36 (diritto alla giusta retribuzione)
– art. 38 (diritto ad una pensione adeguata).

Scrive infatti la Corte nella sua sentenza 70/15:
” L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e al contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo comma, Cost. “.

Per le pensioni complementari vi sono ulteriori profili di illegittimità, poichè queste pensioni derivano dal risparmio effettuato dal lavoratore, e non sono affatto a carico dello Stato.

Per l’ approndimento si veda l’ apposita pagina “incostituzionalità nella previdenza complementare”.