La pensione di anzianità (o anticipata)


La pensione di anzianità è stata poi denominata “pensione anticipata” dalla Legge Fornero.
Vi è stata una complessa evoluzione legislativa.

La pensione di anzianità

Già la legge n. 243 del 2004 e, prima ancora, la legge n. 335 del 1995 avevano radicalmente modificato la disciplina della pensione di anzianità, riducendo progressivamente l’onere derivante dalla sua erogazione, al fine di “assicurare la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico” e, complessivamente, stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo.

Tale onere implica un aumento, a volta anche rilevante, del deficit dei bilanci delle gestioni pensionistiche, soprattutto perché, tenuto conto dell’andamento demografico caratterizzato da una crescente aspettativa di vita, la pensione di anzianità, spettando a soggetti che sono ancora in età relativamente “giovane”, viene erogata per un periodo di tempo solitamente molto lungo e, di certo, più lungo di quello che il legislatore “presumeva” quando, più di quaranta anni fa, la introdusse nel nostro ordinamento (cfr. art. 13, legge n. 903 del 1965 e, per la prima disciplina organica, art. 22, legge n. 153 del 1969).

La legge n. 243 del 2004 aveva quindi condizionato il diritto alla pensione di anzianità a requisiti di età anagrafica più rigorosi di quelli previsti dalla legislazione allora vigente (art. 1, venticinquesimo e ventiseiesimo comma, legge n. 335 del 1995 e art. 59, sesto comma, legge n. 449 del 1997). Ciò perché l’elevazione dell’età pensionabile, consentendo il prolungamento del rapporto di lavoro, ha come duplice effetto il versamento di ulteriori contribuzioni previdenziali, ma, soprattutto, la ritardata erogazione delle pensioni. In particolare, per effetto della disciplina dettata dalla legge n. 243 del 2004, il requisito dell’età anagrafica, necessario per conseguire il diritto alla pensione di anzianità, dal 31 dicembre 2007 al 1 gennaio 2008, sarebbe dovuto aumentare, da un giorno all’altro, di ben 3 anni, passando da 57 anni a 60 anni (cosiddetto scalone).

Successivamente, per attenuare gli effetti di questo passaggio, tutelando ancora una volta le aspettative dei lavoratori più vicini alla maturazione del diritto alla pensione di anzianità ma, nel contempo, aumentando la (già elevata) spesa pensionistica, la legge n. 247 del 2007 ha previsto un aumento del requisito dell’età anagrafica ancora più graduale nel tempo di quello stabilito dalla legge n. 243 del 2004.

Pertanto, dal 1 luglio 2009, la legge n. 247 del 2007 ha introdotto, ai fini della individuazione dei requisiti per la maturazione del diritto alla pensione di anzianità, il sistema delle cosiddette “quote”, basato sulla somma dell’età anagrafica e dell’anzianità contributiva.

In base all’introduzione di questo nuovo sistema, la pensione di anzianità si consegue:
a) quando la somma di età anagrafica e anzianità contributiva raggiunge la quota di 95, nel periodo che andava dal 1 luglio 2009 a131 dicembre 2010, ma a condizione che fosse stata raggiunta un età di almeno 59 anni;
b) quando la somma di età anagrafica e anzianità contributiva raggiunge la quota di 96, nel 2011 e nel 2012, ma a condizione che sia stata raggiunta un età di almeno 60 anni;
c) quando la somma di età anagrafica e anzianità contributiva raggiunge la quota di 97, dal: 2013 in poi, ma a condizione che sia stata raggiunta un età di almeno 61 anni (art. 1, primo e secondo comma, legge n. 247 del 2007).

Deve essere, inoltre, fatto presente che la legge:

a) esclude dall’applicazione della nuova disciplina rispettivamente
– i lavoratori iscritti agli enti previdenziali privatizzati,
– i lavoratori che, entro il 20 luglio 2007, erano stati autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione
– in via sperimentale fino al 31 dicembre 2015, le lavoratrici che optano per la liquidazione della pensione di anzianità secondo le regole di calcolo del sistema contributivo (cfr. art. 1, sesto, ottavo e nono comma, legge n. 243 del 2004);

b) prevede, invece, che le nuove disposizioni dettate per i lavoratori dipendenti si applichino anche ai lavoratori iscritti presso la gestione separata dell’INPS, di cui all’art. 2, ventiseiesimo comma, legge n. 335 del 1995, purché non iscritti, nel contempo, ad altri regimi di previdenza obbligatoria (art. 1, sesto comma, lettera d), legge n. 243 del 2004);

Alla stessa stregua delle pensioni di vecchiaia e per le medesime ragioni anticongiunturali, le disposizioni sui prepensionamenti prevedono, di norma, anche la maturazione del diritto alla pensione di anzianità con un anticipo di cinque o più anni rispetto al requisito dei trentacinque anni di contribuzione.

La pensione di anzianità può essere considerata come una pensione di vecchiaia anticipata, stante la rilevanza che la legge, oramai, assegna all’età del lavoratore. La circostanza che sia pur sempre richiesta una notevole anzianità contributiva non manca, però, di influire sulla funzione di quella pensione anche se questa è soprattutto condizionata alla cessazione dell’attività lavorativa in posizione subordinata. Ne deriva, a mio avviso, che tale forma di tutela previdenziale non trova, oramai, il suo unico fondamento nella circostanza che siano stati versati un certo numero di contributi previdenziali, allo stesso modo in cui non lo trova soltanto nella circostanza che il soggetto protetto sia disoccupato.

A ben guardare, se può genericamente ritenersi che il titolo dal quale trae giustificazione la specifica tutela dei lavoratori, prevista nel secondo comma dell’art. 38 della Costituzione, risieda in ciò che cittadini lavoratori hanno, con il proprio lavoro, contribuito al benessere della collettività, è da dire che il dovere di collaborare a tale benessere è stato adempiuto dopo trentacinque o quarant’anni di lavoro. Ne consegue la presunzione che la cessazione dell’attività lavorativa dia luogo ad una situazione di bisogno non in funzione dell’età né in funzione dello stato di disoccupazione, bensì in funzione esclusiva del lavoro già svolto.

Anche la Corte costituzionale ha condiviso siffatta ricostruzione della ratio sottesa alla pensione di anzianità e la collocazione nel sistema che ne deriva (sentenza n. 194 del 1991).

Infine, sempre con lo scopo di contenere gli oneri di spesa nel settore pensionistico e in particolare quelli derivanti dalle pensioni di anzianità, il legislatore, negli anni scorsi, aveva tentato anche di ritardare, e cioè di posticipare, l’inizio della sua erogazione. Tentativo realizzato con la previsione di vantaggi a favore dei lavoratori che, pur avendo maturato il diritto a pensione di anzianità, ne avessero ritardato volontariamente il godimento.

Così, la legge n. 243 del 2004 aveva previsto che, nel periodo 2004 – 2007, i lavoratori che avessero maturato, ai sensi della previgente disci­plina, i requisiti per aver diritto alla pensione di anzianità avevano la facoltà di rinunciare all’immediato godimento della pensione e, però, an­che all’ulteriore accredito contributivo (art. 1, dodicesimo comma e segg., legge n. 243 del 2004).

Ciò perché, i datori di lavoro erano esonerati dall’obbligo di versare la contribuzione previdenziale sulle retribuzioni che continuavano ad erogare ai lavoratori che avevano esercitato quella facoltà. A questi ultimi, però, i datori di lavoro dovevano corrispondere un importo pari ai contributi previdenziali non versati.

Pertanto, i lavoratori che chiedevano il “posticipo” del pensionamento di anzianità, se rinunciavano a percepire il trattamento pensioni­stico e continuavano a lavorare, godevano di un trattamento retributivo maggiore. Ed oltretutto, il maggior importo percepito dal lavoratore era anche esonerato dal prelievo fiscale (art. 1, tredicesimo -comma, legge n. 243 del 2004). Tuttavia, era previsto che il lavoratore che avesse esercitato la facoltà della quale ora è stato detto, proprio perché la sua posizione contributiva non subiva incrementi per effetto dell’esonero previsto a favore del datore di lavoro, aveva esclusivamente diritto ad una pensione calcolata sulla base dell’anzianità contributiva maturata al momento in cui aveva chiesto il “posticipo”, salvo gli adeguamenti per effetto della rivalutazione automatica al costo della vita (art. 1, tredicesimo comma, legge n. 243 del 2004).

Le nuove «finestre» di accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia e di anzianità a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 122 del 2010. L’innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico.

Sull’impianto normativo fin qui descritto, è intervenuto l’art. 12 della manovra correttiva di cui al decreto legge n. 78 del 2010, recante «Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica», convertito dalla legge n. 122 del 2010. Ed infatti, la legge n. 122 del 2010 ha introdotto una nuova disciplina in materia di decorrenza della pensione di vecchiaia e dei trattamenti di anzianità rispetto alle disposizioni previste dalle leggi n. 243 del 2004 e legge 247 del 2007, lasciando, però, impregiudicati i requisiti di accesso ai predetti trattamenti pensionistici.

Una delle innovazioni introdotte dalla nuova normativa riguarda ciò che le nuove “finestre” non sono più fissate per scaglioni in relazione al trimestre di maturazione del diritto alla pensione, ma si aprono in relazione alla maturazione dei requisiti di ogni singola posizione previdenziale. Ed è per questo motivo che, nel gergo comune, quelle finestre sono definite mobili o scorrevoli.

Come già previsto dalla previgente normativa, l’attesa è più o meno lunga a seconda della categoria dei lavoratori interessati (autonomi o dipendenti). Pertanto, se, da un lato, il nuovo sistema allunga i tempi di attesa per poter godere del trattamento pensionistico, con ciò procurando un risparmio della spesa previdenziale a spese dei pensionati, d’altro lato, lo stesso sistema ha il pregio di omogeneizzare il trattamento dei pensionati. Ed infatti, prevedendo un’attesa, benché più lunga, uniforme, ancorata alla maturazione dei requisiti per ogni singola pensione, la nuova disciplina elimina la stortura presente nel previgente sistema che, invece, ancorando la decorrenza alla maturazione dei requisiti per trimestre, comportava, e comporta, tempi di attesa, più o meno, lunghi a seconda che i requisiti siano conseguiti, più o meno, in prossimità della scadenza del trimestre di maturazione:

Un’ulteriore novità consiste in ciò che la legge n. 122 del 2010, nel fissare il regime di decorrenza del trattamento pensionistico di coloro che hanno maturato i requisiti per potervi accedere, non fa alcuna distinzione tra pensione di vecchiaia e pensione di anzianità.

Tale disciplina riguarda, però, soltanto i soggetti che raggiungono i requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso al trattamento pensionistico a decorrere dal 1° gennaio 2011, laddove, invece, ai soggetti che hanno maturato i requisiti di età e di contribuzione entro il 31 dicem­bre 2010 continuano ad applicarsi le regole fissate dalle legge n. 243 del 2003 e n. 247 del 2007 (cfr. la circolare INPS n. 126 del 2010).

La nuova disciplina riguarda, anzitutto, i lavoratori e le lavoratrice del settore privato che maturano il diritto di accesso alla pensione di vecchiaia all’età di sessantacinque anni, per gli uomini, o all’età di ses­santa anni, per le donne ovvero che maturano i requisiti previsti per l’accesso al pensionamento con un’età inferiore ai sensi dell’art. 1, sesto comma, legge n. 243 del 2004.

La nuova disciplina riguarda anche i lavoratori del settore pubblico che maturano il diritto al pensionamento con i requisiti appena indicati per la pensione di vecchiaia del settore privato, nonché le lavoratrici del settore pubblico, recentemente coinvolte dall’innalzamento dell’età pensionabile di cui all’art. 22 ter, primo comma, della legge n. 102 del 2009, di conversione del decreto legge n. 78 dello stesso anno, a sua volta modificato dall’art. 12, comma 12 sexties, legge n. 122 del 2010.

Le nuove regole in materia di accesso al trattamento pensionistico si applicano, peraltro, ai lavoratori e alle lavoratrici iscritti all’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti oppure ai fondi sostitutivi, esclusivi ed esonerativi che maturano il diritto al pensionamento secondo le regole vigenti nei propri ordinamenti (a titolo di esempio, si pensi alle lavoratrici del settore pubblico che non siano destinatarie della disciplina in materia di elevazione dell’età pensionabile di cui all’art. 22 ter, primo comma, d.l. n. 78 del 2009). Rientrano, inoltre, nel nuovo regime delle decorrenze anche i lavoratori autonomi e, cioè, gli artigiani, i commercianti, i coltivatori diretti e i piccoli agricoltori, sia per ciò che riguarda la pensione di anzianità che per ciò che riguarda la pensione di vecchiaia. Quel regime trova poi applicazione anche rispetto agli iscritti alla gestione separata cui all’art. 2, comma 26, legge n. 335 del 1995 ovvero agli amministratori, i sindaci e i revisori dì società e di enti vari, i collaboratori coordinati e continuativi e a progetto, i collaboratori a giornali e riviste, i venditori a domicilio, gli associati in partecipazione, i lavoratori occasionali con reddito superiore ai cinque mila euro annui, i professionisti privi di una specifica cassa pensione di vecchiaia, in quanto nel sistema contributivo al quale tali lavoratori sono ammessi, non è prevista la pensione ‘di anzianità.

Ciò posto, i soggetti indicati dall’ art. 12 della legge n. 122 del 2010, a far data dal 1° gennaio 2011, conseguono il diritto alla decorrenza del trattamene pensionistico di anzianità e di vecchiaia a carico delle for­me di previdenza dei lavoratori dipendenti dopo dodici mesi dalla data di maturazione dei relativi requisiti anagrafici e contributivi.

Per i lavoratori autonomi che maturano lo stesso diritto nei confronti delle gestioni per gli artigiani, i commercianti, i coltivatori diretti e della gestione separata, la finestra si apre dopo diciotto mesi dalla da­ta di maturazione dei relativi requisiti anagrafici e contributivi. Con la conseguenza che i trattamenti pensionistici decorrono dal primo giorno del mese successivo allo scadere del differimento, rispettivamente, del dodicesimo e dal diciottesimo mese.

Resta che il diritto alla pensione di anzianità e di vecchiaia rimane condizionato dalla presentazione di un’apposita domanda e alla cessazione del rapporto di lavoro dipendente alla data di decorrenza de pensione.

Il nuovo regime delle decorrenze del trattamento pensionistico riguardano anche le pensioni da totalizzazione. Ed infatti, il terzo comma dell’art. 12 della legge n. 122 del 2010, ha modificato il terzo comma dell’art. 3 del d.lgs. n. 42 del 2006 ai sensi del quale la decorrenza dei trattamenti pensionistici derivanti da totalizzazione decorrono dal primo giorno del mese successivo quello della presentazione della domanda di pensione in regime di totalizzazione. Ed invece, secondo la nuova normativa, alle pensioni da totalizzazione si applicano le medesime decorrenze previste per i trattamenti pensionistici dei lavoratori autonomi iscritti all’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti. Pertanto, le pensioni da totalizzazione vengono erogate a distanza di diciotto mesi dalla data di maturazione dei requisiti anagrafici e contributivi.

V’è, poi, da dire che la disciplina di cui alla legge n. 122 del 2010 non trova applicazione con riferimento a coloro che accedono al trattamento pensionistico di anzianità sulla base di una disciplina diversa da quella prevista dall’ art. 1, sesto comma, legge n. 243 del 2004 (come, meglio precisato dall’INPS con la circolare n. 126 del 2010). La nuova normativa non riguarda, peraltro:

– i lavoratori collocati in mobilità ai sensi degli artt. 4 e 24 della legge n.223 del 1991, e successive modificazioni, sulla base di accordi sindacali stipulati al 30 aprile 2010 e che, maturano i requisiti per il pensionamento entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità di cui all‘art. 7, secondo comma, della legge n. 223 del 1991;

– i lavoratori collocati in mobilità lunga ai sensi dell’art. 7, sesto e settimo comma, della legge n. 223 del 1991 e successive modi­ficazioni e integrazioni, per effetto di accordi collettivi stipulati entro il 30 aprile 2010;

– i lavoratori che, al 31 maggio 2010 (data di entrata in vigore del decreto legge n. 78 del 2010), risultano titolari di prestazioni straordinarie a carico dei fondi di solidarietà di settore di cui all’ art. 2, comma 28, della legge n. 662 del 1996.

Il nuovo regime delle decorrenze del trattamento pensionistico non trova, inoltre, applicazione con riferimento alle categorie lavorative indicate dal quarto, quinto e sesto comma dell’ art. 12 della legge n. 122 del 2010.

Trattasi dei lavoratori dipendenti che hanno in corso il periodo di preavviso alla data del 30 giugno e che maturano i requisiti di età anagrafica e di anzianità contributiva richiesti per il conseguimento del trattamento pensionistico entro la data di cessazione del rapporto di lavoro, nonché dei lavoratori per i quali viene meno il titolo abilitante allo svolgimento della specifica attività lavorativa per raggiungimento del limite di età.

Sono, peraltro, esclusi dal nuovo regime normativo un numero limitato di lavoratori (massimo diecimila beneficiari) allorché maturino i requisiti per l’accesso al pensionamento a decorrere dal 1 gennaio 2011. In particolare, detti lavoratori devono presentare all’INPS la domanda di pensionamento, precisando che, dal gennaio 2011, intendono avvalersi del regime delle decorrenze della normativa vigente prima dell’entrata in vigore della legge n. 122 del 2010. Di qui, l’INPS, una volta raggiunto il numero di diecimila unità, non prende in esame ulteriori domande.

Da ultimo, sembra opportuno dar conto delle novità introdotte dalla legge n. 122 del 2010 in materia di età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico.

Come già precisato, la nuova disciplina sulla decorrenza del trattamento pensionistico introdotta dalla legge n. 122 del 2010 riguarda anche i lavoratori del settore pubblico che maturano i diritti al pensionamento di vecchiaia con i medesimi requisiti previsti per i lavoratori privati iscritti all’assicurazione generale obbligatoria. Al riguardo, sembra opportuno far presente che l’art. 22 ter, primo comma, della legge n. 102 del 2009, di conversione del decreto legge n. 78 dello stesso anno, a sua volta modificato dall’ art. 12, comma 12 sexties, legge n. 122 del 2010, ha previsto un innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico. Ed infatti, ai sensi di tale ultima disposizione, l’età pensionabile della lavoratrici pubbliche sia gradualmente elevata secondo la seguente scansione. Dal 1° gennaio 2010, il requisito anagrafico di sessanta anni è applicato è incrementato di un anno; lo stesso incremento è stato applicato alle pensioni alle pensioni di vecchiaia liquidate con il sistema contributivo. Dal 1° gennaio 2012, i suddetti requisiti anagrafici sono ulteriormente incrementati di quattro anni dal 1° gennaio 2012 ai fini del raggiungimento del sessantacinquesimo anno di età. Restano salvi le vigenti norme in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni di specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati e la disciplina prevista per alcuni corpi militari e militarizzati. Peraltro, sono esonerate dall’incremento dell’età previsto dall’ art. 12 della legge n. 122 del 2010, le lavoratrici che hanno maturato entro il 2009 l’età e l’anzianità contributive: prima della data di entrata in vigore della legge n. 102 del 2009. Le lavoratrici in questione conseguono, dunque, il diritto alla pensione di vecchiaia secondo la normativa previgente e possono richiedere all’ente, di appartenenza la certificazione del diritto già conseguito.