Gli esodati e i loro problemi nella previdenza complementare


Oltre ai problemi relativi alla previdenza obbligatoria presso l’ INPS, vi sono per gli esodati gli ulteriori problemi posti dalla previdenza complementare aziendale.
Occorre distinguere fra i Fondi a contribuzione definita ed i Fondi a prestazione definita.

I Fondi a prestazione definita

Per i Fondi a prestazione definita i problemi sono essenzialmente due:

– Il diritto all’ anzianità contributiva sulla pensione complementare;
– La determinazione della retribuzione pensionabile.

L’ anzianità contributiva degli esodati

Normalmente gli accordi sindacali prevedono che il periodo trascorso a carico del Fondo di Solidarietà abbia anche un rilievo sulla previdenza complementare aziendale.
Ad esempio nel Gruppo Intesa, per il periodo a carico del Fondo di Solidarietà, l’ anzianità contributiva viene accreditata, pur senza versamento di contribuzione da parte della Banca (in pratica accollando il costo al Fondo di Previdenza aziendale).

La determinazione della retribuzione pensionabile.

Il problema più delicato è quello di determinare quale sia la “retribuzione pensionabile” dell’ “ultimo mese di servizio”, tenuto conto del fatto che questa retribuzione risale al momento delle dimissioni, e quindi fino a cinque anni prima della data della pensione.

In proposito sono astrattamente possibili tre diversi criteri di calcolo dell’ ultima retribuzione:

  1. La retribuzione “tabellare” che percepiva il lavoratore nell’ ultimo mese di servizio, prima delle dimissioni, senza alcuna rivalutazione per il periodo di esodo. Si tratterebbe di un criterio certamente iniquo, anche perchè quando l’ INPS calcola la media retributiva (degli ultimi 5 o 10 anni), provvede alla rivalutazione Istat degli anni vecchi con apposite tabelle aggiornate anno per anno.
  2. Mediante rivalutazione con gli stessi coefficienti ISTAT applicati dall’INPS della vecchia retribuzione dell’ultimo mese di servizio. Questo sistema appare subito come il più giusto, ma non abbiamo notizia di una sua applicazione concreta.
  3. Rideterminazione della vecchia retribuzione tabellare con gli aumenti contrattuali intercorsi nel frattempo per lo stesso inquadramento che aveva del lavoratore al momento delle dimissioni, in modo da poter tener conto della dinamica salariale nel frattempo intervenuta. E’ questo il criterio adottato presso la Cassa di Previdenza San Paolo, all’ art. 44 bis, che così testualmente dispone: “la pensione è calcolata ai sensi all’articolo 24, con rivalutazione percentuale della retribuzione pensionabile individuata all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, in ragione degli incrementi retributivi derivanti dalla contrattazione collettiva nazionale ed aziendale che eventualmente intervengano sino al sorgere del diritto alla pensione stessa.

Apparentemente questo ultimo criterio (rideterminazione della retribuzione tabellare con gli aumenti contrattuali) potrebbe sembrare sostanzialmente giusto, anche se lascerebbe fuori i lunghi periodi di vacanza contrattuale, per i quali Banca Intesa è già stata condannata in Cassazione proprio per la Cassa San Paolo (in cause patrocinate dal nostro Studio).

Vi è però un altro problema, e non di poco conto.
Negli ultimi anni (dal 2012) gli aumenti retributivi dei contratti collettivi sono stati erogati in forma di E.D.R. (Elemento Distinto della Retribuzione) che non è pensionabile.
Questa operazione in linguaggio sindacale viene chiamata “mancata tabellizzazione dell’ EDR”
Sarebbe importante che ognuno controllasse la sua posizione, in modo da verificare se è stato collocato in pensione con una retribuzione “scaduta”.
Per consultare con facilità le tabelle retributive e tutti i contratti collettivi si veda l’ apposita pagina del nostro sito.

I Fondi a contribuzione definita

Per i Fondi a contribuzione definita, si riscuote il c.d. “zainetto”, e sostanzialmente si percepisce quanto si è accantonato in precedenza.
Per il periodo di esodo, nella prassi si procede in due modi:
– Nel Gruppo Intesa la Banca versa “una tantum” ai lavoratori l’ importo della quota datoriale della contribuzione che avrebbe versato in quel periodo al Fondo.
– L’ Unicredito invece versa direttamente la contribuzione ai Fondi complementari, come se il lavoratore fosse in servizio.