Circolare n. 14 del 1987


Circolare del 17 giugno 1987 n. 14

Scarica la Circolare in formato PDF oppure in Word

Oggetto: Imposte sui redditi – Art. 6 della L. 26 settembre 1985, n. 482 – Regime tributario dei capitali corrisposti in dipendenza dei contratti di assicurazione sulla vita – Applicabilità anche ai contratti di capitalizzazione – Chiarimenti ministeriali per le polizze, sia individuali che collettive, stipulate scopo previdenziale – Artt. 3, 10, 12, 13, 14, 48 e 65, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597 – Artt. 3 e 9, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 598 – Artt. 7 e 23, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 – Art. 34, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 601.

Sintesi: La legge 26 settembre 1985, n. 482, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 230 del 30 settembre 1985, oltre a stabilire una nuova disciplina tributaria in materia di trattamento delle indennità di fine rapporto, ha anche introdotto un nuovo regime fiscale per i “capitali corrisposti in dipendenza di contratti di assicurazioni sulla vita”.

Testo:

1. Generalità

La legge 26 settembre 1985, n. 482, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 230 del 30 settembre 1985, oltre a stabilire una nuova disciplina tributaria in materia di trattamento delle indennità di fine rapporto, ha anche introdotto un nuovo regime fiscale per i “capitali corrisposti in dipendenza di contratti di assicurazioni sulla vita”.

Infatti, con l’art. 6 della predetta legge è stato disposto che sui capitali in questione esclusi quelli corrisposti a seguito di decesso dell’assicurato – le imprese di assicurazione debbono operare una ritenuta del 12,5 per cento, a titolo di imposta e con obbligo di rivalsa, commisurata alla differenza tra l’ammontare del capitale corrisposto e quello dei premi riscossi, ridotta del 2 per cento per ogni anno successivo al decimo se il capitale è corrisposto dopo almeno dieci anni dalla conclusione del contratto di assicurazione.

La richiamata nuova disciplina viene, quindi, a modificare in modo sostanziale il previgente regime fiscale dei capitali percepiti in dipendenza di contratti di assicurazione sulla vita, per i quali, infatti, l’ultimo comma dell’art. 34 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 601 (ora anch’esso modificato dall’art. 6 della legge n. 482 in oggetto) prevedeva l’esenzione sia dall’Irpef che dall’Ilor.

La legge n. 482 ha, in sostanza, voluto ricondurre a tassazione i capitali suddetti, nei limiti in cui gli stessi costituiscono “reddito”.

Per la individuazione della parte del capitale vita alla quale può riconoscersi detta natura, il legislatore ha adottato un criterio molto semplice, quale è quello costituito dalla differenza fra l’ammontare del capitale corrisposto all’assicurato e l’ammontare dei premi pagati.

Il predetto art. 6 si riferisce espressamente ai contratti di assicurazione sulla vita di cui agli artt. 1919 e seguenti del codice civile che, in base alla nozione di carattere generale dettata dall’art. 1882 dello stesso codice, possono definirsi come quei contratti con i quali l’assicuratore, in relazione agli eventi della vita dell’assicurato (morte o sopravvivenza ad una certa età), assume l’obbligo di pagare un capitale o di corrispondere una rendita al contraente o ad un terzo, in corrispettivo di un premio unico o periodico.

La suddetta definizione consente di poter distinguere nell’ambito del contratto di assicurazione sulla vita i seguenti quattro soggetti: a) l’assicuratore, che è sempre un ente pubblico od una società autorizzata all’esercizio della particolare attività; b) il contraente, che è persona fisica o giuridica che stipula il contratto con l’assicuratore; c) l’assicurato che è persona fisica la cui vita viene presa in considerazione; d) il beneficiario, che è soggetto al quale è dovuta la prestazione capitale o rendita) assicurata al verificarsi dell’evento.

Non sempre contraente ed assicurato sono la medesima persona, anche se in genere si riscontra la coincidenza; in molti casi, finiscono per identificarsi in un’unica persona le tre citate figure di contraente, assicurato e beneficiario.

Normalmente, tutte le forme contrattuali vengono classificate sulla base dell’evento che determina l’effettuarsi od il cessare della prestazione dedotta in contratto; dette forme contrattuali si distinguono pertanto in tre grandi categorie: – assicurazione per il caso di morte: l’assicuratore paga la prestazione pattuita soltanto in caso di morte dell’assicurato entro un determinato periodo di tempo, ovvero in qualunque epoca esso accada (assicurazione temporanea, assicurazione a vita intera); – assicurazione per il caso di vita: l’assicuratore paga la prestazione pattuita soltanto ove l’assicurato sia in vita ad una data prestabilita; – assicurazione mista: l’assicuratore paga la prestazione pattuita ad una data stabilita se l’assicurato la raggiunge in vita, altrimenti paga la prestazione stessa alla morte dell’assicurato ove questa avvenga prima di tale data.

L’evento assicurato (morte o sopravvivenza) può essere riferito non ad un singolo assicurato, ma a più assicurati. Sotto questo aspetto si distinguono quindi le assicurazioni su di una “testa” da quelle su due o più “teste”, nelle quali la prestazione pattuita è dovuta dall’assicuratore al verificarsi del decesso di una delle due o più persone considerate.

Sotto altri profili le forme di assicurazione sulla vita si possono ulteriormente distinguere in: assicurazioni a favore proprio o a favore di terzi; assicurazioni a premio unico o a premio periodico; assicurazioni di capitali o assicurazioni di rendita; assicurazioni individuali o assicurazioni collettive. Queste ultime sono fondamentalmente diverse dalle assicurazioni su più “teste” sopra menzionate: infatti le assicurazioni collettive contemplano una pluralità di assicurati, ma in esse l’evento considerato riguarda ognuna delle singole “teste”, senza legami di interdipendenza con eventi riguardanti altre “teste” assicurate facenti parte del medesimo gruppo di assicurati. In sostanza, nelle assicurazioni collettive è riunita una pluralità di contratti assicurativi su altrettante “teste”, con la particolarità che il gruppo degli assicurati presenta determinate caratteristiche di omogeneità; quasi sempre si tratta di dipendenti di uno stesso datore di lavoro o di appartenenti ad una stessa associazione o categoria professionale.

In tutte queste forme di assicurazione è sempre presente un rischio, che può riguardare il pagamento stesso della somma assicurata o soltanto il momento in cui tale somma dovrà essere pagata e, talvolta, anche il pagamento dei premi all’assicuratore. Nelle assicurazioni per il caso di morte è il decesso dell’assicurato che costituisce l’alea sfavorevole; in quelle per il caso di vita è il decesso a costituire l’alea favorevole. È pertanto l’alea suddetta – dipendente dall’incertezza della data della morte che fa si che il contratto debba essere considerato come contratto d’assicurazione sulla vita.

Oltre ai contratti di assicurazione sulla vita, la legislazione assicurativa contempla anche contratti di capitalizzazione, che si differenziano da quelli di assicurazione sulla vita per l’assenza dell’alea suddetta (vita o morte dell’assicurato).

Pur in presenza della cennata differenza, lo scrivente ritiene tuttavia che, in funzione della sostanziale equivalenza dei contratti di assicurazione e dei contratti di capitalizzazione, questi ultimi debbono essere compresi nell’ambito di applicazione dell’art. 6 della legge n. 482/1985 ancorchè non espressamente menzionati da tale norma. Detta equiparazione trova infatti esplicita conferma nell’art. 117 del D.P.R. 13 febbraio 1959, n. 449, concernente la disciplina dell’esercizio delle assicurazioni private, che testualmente dispone: “Le imprese, gli enti ed i contratti di capitalizzazione, sempre che i conferimenti e le prestazioni siano in denaro, continuano ad essere soggetti allo stesso trattamento tributario cui sono soggetti le imprese e i contratti di assicurazioni sulla vita”. Tale trattamento, come si evince dai lavori preparatori della legge 11 aprile 1955, n. 294, con cui la norma suddetta è stata originariamente approvata, si riferisce anche al settore dell’imposizione diretta.

Sempre in relazione ai contratti di assicurazione sulla vita, va ricordato che il codice civile prevede che l’assicurazione può essere stipulata sulla vita propria o su quella di un terzo: in quest’ultimo caso, però, l’assicurazione contratta per il caso di morte di un terzo non è valida se questi non presta il suo consenso alla conclusione del contratto (art. 1919 del codice civile). Lo stesso codice, poi, stabilisce che è valida l’assicurazione sulla vita a favore di un terzo, che diventa il beneficiario della prestazione.

Per la designazione del beneficiario, per la revoca della stessa nonchè per la decadenza dal beneficio si applicano le norme di cui agli artt. 1920 e seguenti del codice civile.

Consegue da quanto precede che la prestazione dell’assicuratore – consistente nel pagamento del capitale assicurato o della rendita dovrà sempre essere effettuata a favore del beneficiario del contratto e cioè, a seconda dei casi: a) allo stesso contraente, se si versa nell’ipotesi di stipulazione per il caso di vita ed il contratto risulta concluso a suo favore; b) ad un terzo, se si tratta di contratti per il caso di vita a favore di terzo o per il caso di morte con designazione di terzo beneficiario; c) agli eredi (come tali) del contraente, se si tratta di contratti per il caso di morte senza designazione di terzo beneficiario. Nelle assicurazioni miste il capitale sarà pagato al contraente, al beneficiario, od agli eredi del primo, a seconda delle varie ipotesi che questa forma consente di considerare. Da ultimo si osserva che qualora il contraente abbia designato più beneficiari senza fare determinazioni di quota, l’assicurazione dividerà in parti uguali il capitale assicurato. Se il diritto spetta agli eredi in tale qualità, la divisione si farà alle quote ereditarie.

Ciò premesso ed a scioglimento della riserva contenuta nella precedente circolare n. 2 del 5 febbraio 1986 (protocollo n. 8/040) – illustrativa del nuovo regime tributario delle indennità di fine rapporto di lavoro dipendente – si forniscono con la presente i chiarimenti atti a garantire una uniforme applicazione della nuova normativa.

2. Ambito di applicazione.

L’art. 6 della legge n. 482 del 1985 ha fatto riferimento ai capitali corrisposti dalle imprese di assicurazione in dipendenza dei contratti di assicurazione sulla vita di cui si è trattato in precedenza.

Ai fini dell’applicazione del nuovo regime impositivo, pur nella diversità delle possibili situazioni nelle quali può astrattamente farsi ricorso alla stipula di polizze assicurative, si ritiene tuttavia di poterne enucleare due gruppi, e precisamente: a) quello delle polizze individuali; b) quello delle polizze collettive.

Nell’ambito delle polizze collettive, poi, è possibile ulteriormente distinguere due sottotipologie, e cioè: b/1 le polizze stipulate dai datori di lavoro per garantire ai lavoratori dipendenti il trattamento di fine rapporto o altre indennità equipollenti; b/2 le polizze stipulate da casse o enti di previdenza per garantire ai lavoratori iscritti od associati un trattamento previdenziale integrativo.

Ciò premesso, si esaminano qui di seguito distintamente le singole fattispecie come sopra individuate.

A) Polizze individuali – Rientrano in tale accezione le polizze stipulate da persone fisiche in qualità di privati cittadini e quindi al di fuori delle finalità di cui alle citate lettere b/1 e b/2.

Al riguardo, si rammenta innanzitutto che, ai sensi dell’art. 10, primo comma, lettera l) del D.P.R. n. 597/1973, è consentito al contribuente di portare in deduzione dal proprio reddito complessivo l’ammontare dei premi versati annualmente all’assicuratore nei limiti e alle condizioni previste da tale norma.

Quest’ultima, peraltro, stabilisce che se il contribuente riscatta l’assicurazione nel quinquennio dalla data della stipula, l’assicuratore deve operare, sulla somma corrisposta al contribuente, una ritenuta d’acconto del 10 per cento, commisurata all’ammontare complessivo dei premi riscossi; il contribuente dovrà poi dichiarare, ai fini dell’assoggettamento al regime di tassazione separata – con scomputo della ritenuta subita – l’ammontare dei premi dedotti negli anni precedenti.

Avuto riguardo a questa disciplina – che viene espressamente confermata dall’art. 6 della legge in oggetto – l’assicuratore dovrà applicare la nuova ritenuta del 12,5 per cento, introdotta dallo stesso articolo, solo se il capitale corrisposto sia superiore all’ammontare dei premi riscossi.

Pertanto, in caso di riscatto anticipato del contratto si può determinare un doppio regime di tassazione: – l’uno, a titolo di acconto, parametrato all’ammontare dei premi riscossi, con assoggettamento a tassazione separata; – l’altro a titolo di imposta, parametrato al capitale eventualmente eccedente l’ammontare dei premi.

Premesso ciò, si precisa che – ferma restando l’applicazione della ritenuta del 12,5 per cento nell’ipotesi in cui l’assicurato sia in vita alla data dell’evento dedotto in contratto – qualora i capitali siano corrisposti a seguito del decesso dell’assicurato, l’impresa assicuratrice non dovrà applicare detta ritenuta e la somma corrisposta agli aventi diritto è esente, a norma dell’art. 34 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 601, dall’imposta sul reddito delle persone fisiche e dall’imposta locale sui redditi.

B) Polizze collettive
– Più complessa si presenta la fattispecie concernente la stipula di polizze da parte dei datori di lavoro e delle casse di previdenza.

In proposito si pone il problema se la norma in oggetto citata sia applicabile, oltre che alle polizze individuali, anche alle polizze collettive, vale a dire a quelle polizze stipulate per una pluralità di soggetti. Più in particolare, con detta accezione si è soliti indicare sia le polizze stipulate dai datori di lavoro e sia quelle stipulate dalle casse o enti di previdenza per garantire, rispettivamente, ai propri dipendenti o iscritti il trattamento di fine rapporto di lavoro o un trattamento previdenziale integrativo.

Al riguardo si ritiene che il problema concernente l’applicabilità della nuova disciplina alle polizze in parola non può che risolversi sulla base del tenore letterale dello stesso art. 6 della legge n. 482 del 1985, il quale, nel riferirsi ai “capitali corrisposti in dipendenza di contratti di assicurazione sulla vita”, non fa alcuna distinzione quanto alla forma (individuale o collettiva) nella quale possono essere stipulati i contratti medesimi.

Va infatti sottolineato che le polizze di cui trattasi, se costituite nella forma di contratti di assicurazione sulla vita, danno luogo alla percezione di una somma maggiore rispetto a quella corrispondente ai premi pagati dal datore di lavoro per ciascun lavoratore o dalla cassa di previdenza per ciascun associato e fanno sorgere il presupposto impositivo di cui all’art. 6 della legge in oggetto citata.

Relativamente alle cennate polizze, la base di commisurazione della ritenuta dovrà naturalmente essere determinata con riferimento alla differenza fra l’ammontare del capitale corrisposto per ciascun lavoratore o associato e l’importo dei premi per ognuno di essi riscosso. Solo detta differenza costituisce, infatti, reddito assoggettabile a tassazione, verificandosene i presupposti, mediante ritenuta alla fonte a titolo di imposta con l’aliquota del 12,5 per cento.

Riguardo alla determinazione dei premi, riscossi dall’impresa di assicurazione, da detrarre dall’ammontare della prestazione dovuta, si fa presente che i premi devono essere assunti al lordo di qualsiasi onere che per legge o per contratto siano a carico del contraente.

Prima di concludere sullo specifico argomento lo scrivente ritiene necessario soffermarsi sugli effetti che si possono determinare, ai fini impositivi, in dipendenza dell’utilizzo delle polizze di che trattasi, sia individuali che collettive.

In via di principio, infatti, non si può escludere che dette polizze possano essere stipulate da soggetti che rivestono la qualifica di sostituto d’imposta – e cioè da imprenditori (quale che ne sia la forma giuridica), da professionisti e da enti (commerciali e non commerciali) sia pubblici che privati – oltre che per corrispondere il trattamento di fine rapporto o un trattamento integrativo al personale dipendente ovvero un’indennità di cui alle lettere f) e g) dell’art. 12 del D.P.R. n. 597/1973, anche per corrispondere sia ai dipendenti stessi che ai collaboratori o ai terzi un compenso o una liberalità.

Poichè è di tutta evidenza che in ciascuna delle ipotesi testè richiamate il regime tributario applicabile resta pur sempre quello proprio riguardante ognuna delle relative cause attributive e che nessuna modificazione del predetto regime fiscale può verificarsi per il solo fatto che le parti abbiano convenuto di adempiere alle rispettive obbligazioni attraverso l’impiego di polizze assicurative o di capitalizzazione, lo scrivente ritiene di dover fornire – sia pure a titolo meramente esemplificativo – le seguenti precisazioni: a) qualora la polizza sia stata stipulata dal sostituto di imposta per corrispondere l’indennità di fine rapporto in conformità alle disposizioni legislative, statutarie e contrattuali che regolano il rapporto di lavoro dei singoli dipendenti o associati ovvero le indennità di cui alle lettere f) e g) dell’art. 12 del D.P.R. n. 597/1973, il trattamento fiscale applicabile è quello specificatamente previsto dagli artt. 12, lettere e), f) e g), 13 e 14 del citato D.P.R. n. 597/1973; b) nel caso in cui il sostituto d’imposta abbia stipulato la polizza non per adempiere alle obbligazioni di cui alla precedente lettera a), ma per compensare l’attività lavorativa svolta dai propri dipendenti, collaboratori o agenti, il trattamento fiscale applicabile è quello specificatamente previsto per le tassazioni di tali compensi. Nella specie i premi pagati per la polizza costituiranno, a seconda dei casi, retribuzioni per lavoro dipendente, compenso per prestazione di lavoro autonomo o provvigione; c) nel caso in cui la stipula della polizza non abbia una causa attributiva specifica, i premi pagati per la polizza dovranno essere considerati quali liberalità, come tali soggetti alle normali disposizioni tributarie anche per quel che concerne la deducibilità o l’indeducibilità della liberalità.

Naturalmente nelle ipotesi di cui alle lettere b) e c) il premio potrà essere dedotto dal sostituto qualora sussistano le altre condizioni previste dall’art. 10, lettera l), del D.P.R. n. 597/1973.

Ciò premesso, qui di seguito vengono ora distintamente esaminati gli effetti che possono derivare, nell’ambito della nuova disciplina in materia, nei due diversi casi in cui i contratti sono stipulati da imprenditori-datori di lavoro e da casse o enti di previdenza.

B/1 – Polizze collettive stipulate dai datori di lavoro
– La finalità di garantire ai lavoratori dipendenti il trattamento di fine rapporto o altra indennità equipollente può in concreto essere realizzata dall’imprenditore-datore di lavoro in due modi diversi, e cioè: i) mediante la stipula di una polizza avente come beneficiario lo stesso imprenditore. In tal modo il contraente viene sostanzialmente ad assicurarsi la provvista dei mezzi finanziari occorrenti per far fronte ai propri obblighi contrattuali per il momento in cui si verificheranno i presupposti dell’erogazione del trattamento di fine rapporto o del trattamento integrativo; ii) mediante la stipula di una polizza avente come beneficiario il lavoratore dipendente. In tal caso è da osservare che, se con la stipula di una polizza da parte del datore di lavoro, avente come beneficiario il lavoratore dipendente, si intende garantire in via principale ed in conformità ad impegni specifici, il trattamento di fine rapporto o altra indennità equipollente di cui all’art. 12, lettera e), del D.P.R. 29.9.1973, n. 597, nel testo sostituito dall’art. 1 della legge in oggetto, la suddetta stipula non modifica l’obbligo primario del datore di lavoro verso il lavoratore dipendente di erogare una indennità di fine rapporto in quanto nella specie trattasi di indennità che l’ordinamento giuridico assicura in modo assoluto e inderogabile al lavoratore dipendente. Si deve, quindi, ritenere che il pagamento di somme al lavoratore dipendente da parte dell’assicuratore ha luogo essenzialmente per conto del datore di lavoro, il quale è il soggetto obbligato per legge o per contratto a concedere il trattamento previdenziale pattuito, non influendo su detto obbligo la circostanza che lo scopo previdenziale sia conseguito attraverso la stipula di una polizza avente quale beneficiario il dipendente.

Conseguentemente, l’assicurazione non potrà sostituire l’indennità di fine rapporto sotto alcun profilo, e ciò sia per quel che concerne il regime tributario delle somme da erogare al lavoratore dipendente e sia per quel che riguarda le modalità applicative del tributo e gli adempimenti correlati alla veste di sostituto d’imposta, che fanno sempre carico al datore di lavoro.

Ne deriva che se l’assicuratore, dopo aver effettuato sul rendimento finanziario della polizza la ritenuta prevista dall’art. 6 della legge n. 482/1985, corrisponde al lavoratore dipendente le somme in questione, le stesse dovranno essere assoggettate, nella misura spettante per legge, al trattamento fiscale proprio delle indennità di fine rapporto, adottandosi nella specie i criteri già enunciati nella circolare n. 26 del 29 luglio 1981 (prot. n. 8/009).

Diverso, invece, è il caso in cui la stipula di una polizza a favore del dipendente costituisce atto spontaneo del datore di lavoro, o atto che si colloca comunque, fuori degli obblighi di legge volti ad assicurare al dipendente la spettanza dell’indennità di fine rapporto.

In questa ipotesi la designazione del lavoratore dipendente come beneficiario della polizza comporta – quale che sia il momento in cui tale designazione ha luogo – l’assoggettabilità dei premi corrisposti all’impresa di assicurazioni al normale regime tributario delle retribuzioni, tassabili in via ordinaria secondo i criteri stabiliti dall’art. 23 del D.P.R. n. 600 del 1973 per le normali retribuzioni.

A tale proposito si precisa che l’eventuale mutamento di designazione del beneficiario disposto dal datore di lavoro nell’imminenza del verificarsi dell’evento – e cioè, qualora il datore di lavoro abbia in un primo momento designato se stesso e successivamente il lavoratore dipendente quale beneficiario – non incide sull’affermata imponibilità dei premi in capo al dipendente anche in relazione al periodo di tempo durante il quale il beneficiario della polizza figuri essere stato il datore di lavoro.

Conseguentemente, ove si verifichi l’ipotesi di mutamento di designazione del beneficiario testè considerata, il datore di lavoro dovrà includere fra le retribuzioni dell’anno in cui detto mutamento è avvenuto l’ammontare di tutti i premi versati all’impresa di assicurazioni negli anni e nei mesi antecedenti la data in cui ha luogo l’indicazione del lavoratore dipendente quale beneficiario, cumulando quindi tale importo con le retribuzioni corrisposte al dipendente in detto anno.

Si precisa, inoltre, che il datore di lavoro, dovendo corrispondere per legge ai propri dipendenti l’indennità di fine rapporto, è innanzitutto tenuto, in base alle vigenti disposizioni civilistiche ad effettuare i necessari accantonamenti di bilancio, nel rispetto del criterio della competenza economica. Tali accantonamenti sono fiscalmente deducibili ai sensi e nei limiti di cui all’art. 65 del D.P.R. n. 597/1973 e, di contro, le somme versate dal datore di lavoro all’impresa assicuratrice a titolo di premio non rappresentano costi d’esercizio e quindi non sono oneri deducibili. Tali somme, infatti, costituiscono un mero investimento finalizzato alla costituzione della provvista, che verrà utilizzata dal datore di lavoro per adempiere alle obbligazioni assunte.

Quanto sopra premesso, si precisano quali effetti vengono a prodursi per quel che concerne le ipotesi sub i) e sub ii) dianzi descritte: a) nel caso sub i) – in cui il beneficiario della polizza è il datore di lavoro – si determinano conseguenze diverse a seconda che la prestazione sia correlata all’evento vita o all’evento morte dell’assicurato.

Nella prima ipotesi (evento vita dell’assicurato) l’assicuratore dovrà applicare, sulla differenza tra i premi a lui versati e la somma corrisposta al beneficiario-datore di lavoro, la ritenuta alla fonte a titolo d’imposta del 12,5 per cento prevista dall’art. 6 della legge n. 482/1985. Tale differenza, peraltro, pur costituendo componente reddituale per il datore di lavoro che la percepisce, non concorrerà a formare il suo reddito imponibile, ai sensi delle disposizioni di cui all’art. 3 del D.P.R. n. 597/1973 ed all’art. 3 del D.P.R. n. 598/1973.

Nella seconda ipotesi (evento morte dell’assicurato), l’assicuratore non dovrà applicare sulla differenza suddetta la ritenuta alla fonte del 12,5 per cento, in forza dell’art. 6 della citata legge n. 482/1985. Tale differenza, tuttavia, sarà assoggettata all’Irpeg nel caso in cui il beneficiario sia una società di capitali o ente equiparato, mentre in ogni altro caso non sarà assoggettata a tassazione ai sensi dell’art. 34 del D.P.R. n. 601/1973 come modificato dalla norma in oggetto citata.

Nei confronti degli enti non commerciali la differenza in argomento, quando il frutto della polizza sia conseguito al di fuori dell’eventuale esercizio di attività commerciale, non costituisce componente reddituale ai sensi dell’art. 19 del D.P.R. n. 598 del 1973, in quanto la somma corrisposta in caso di morte, dipendendo dal verificarsi del particolare rischio, non riveste natura di reddito di capitale ma di reddito diverso non attraibile nel reddito complessivo degli enti predetti, tra i quali rientrano anche gli enti e casse aventi esclusivamente fine previdenziale e assistenziale, di cui all’art. 48, secondo comma, del D.P.R. n. 597 del 1973.

Nei confronti dei lavoratori dipendenti, i datori di lavoro assoggetteranno a ritenuta tutte le somme – ancorchè provenienti dall’investimento in polizze di assicurazione – corrisposte ai lavoratori dipendenti a seguito della cessazione del rapporto di lavoro, conformemente a quanto già precisato in materia con circolare del 5 febbraio 1986, n. 2 (prot. n. 8/040). Identico trattamento dovrà essere applicato nel caso in cui le somme di cui trattasi risultino dovute agli aventi causa del dipendente deceduto.

Ai fini di tale tassazione occorre, peraltro, distinguere in ordine alla natura dell’indennità di fine rapporto che le somme in questione coprono.

La tassazione del T.F.R. o dell’indennità equipollente (indennità principale, corrisposta al lavoratore ai sensi della legge 29 maggio 1982, n. 297 e della legislazione ivi richiamata, nonchè ai sensi delle varie disposizioni regolanti la materia per il pubblico impiego) sarà effettuata secondo le disposizioni dell’art. 14, primo comma, del D.P.R. n. 597 del 1973 nel testo sostituito dall’art. 2 della legge 26 settembre 1985, n. 482; l’eventuale “supero”, costituito dal valore capitale della polizza, che di regola viene attribuito spontaneamente, o per accordo collettivo, al dipendente la cui posizione indennitaria è coperta dalla polizza, sarà assoggettato a tassazione secondo le disposizioni del secondo comma dello stesso art. 14 testè citato, trattandosi evidentemente di una erogazione che assume la natura di indennità aggiuntiva rispetto a quella principale spettante per legge: la base imponibile di detta indennità si determina tenuto conto delle somme spettanti allo specifico titolo; b) nel caso sub ii) – in cui il beneficiario della polizza è direttamente il lavoratore dipendente – del complessivo ammontare pagato dall’assicuratore, ferma restando la disciplina dell’art. 6 della legge n. 482 del 1985 per la differenza tra capitale erogato e premi pagati, l’ammontare corrisposto a titolo di T.F.R. è soggetto alla tassazione separata di cui all’art. 14, primo comma, del D.P.R. n. 597/1973, mentre l’eventuale residua eccedenza rispetto all’ammontare dovuto a titolo di T.F.R. si deve ritenere acquisito direttamente dal dipendente, quale beneficiario del contratto assicurativo e pertanto tributariamente assorbita nella predetta disciplina dell’art. 6 della più volte citata legge n. 482/1985.

Diverso, invece, il caso in cui la polizza sia stata stipulata non in relazione ad un obbligo legislativo o contrattuale di corresponsione dell’indennità di fine rapporto, bensì in relazione all’intento del datore di lavoro di assicurare un beneficio aggiuntivo al lavoratore dipendente secondo quanto già chiarito in precedenza. In tale ipotesi deve ritenersi che l’importo dei premi costituisce un elemento aggiuntivo, a tutti gli effetti, della retribuzione garantita al dipendente (cosiddetto fringe benefit) e quindi un componente del reddito di lavoro dipendente; conseguentemente l’importo di tali premi pagati dal datore di lavoro deve essere compreso nella base imponibile degli emolumenti corrisposti al beneficiario, applicandosi sugli stessi le relative ritenute e le somme che saranno riscosse dal beneficiario o dai suoi eredi saranno assoggettate soltanto al regime tributario tipico dei capitali rinvenienti dai contratti di assicurazioni sulla vita.

Trattamenti analoghi a quelli sopra descritti saranno applicati anche nel caso di contratti di capitalizzazione che, come sopra precisato, vanno considerati del tutto affini, sotto il profilo tributario, ai contratti di assicurazione sulla vita.

B/2 – Polizze collettive stipulate da Casse o enti previdenziali

– Trattasi, come già accennato, delle polizze stipulate dalle Casse o enti di previdenza di cui al secondo comma dell’art. 48 del D.P.R. n. 597/1973 per garantire ai lavoratori associati un trattamento previdenziale integrativo.

Al riguardo occorre preliminarmente osservare che tale ipotesi si caratterizza per l’esistenza di due distinti rapporti:

– l’uno, costituito dal rapporto tra il datore di lavoro e la Cassa o ente di previdenza ed assistenza concernente le contribuzioni che il primo corrisponde al secondo;

– l’altro, costituito dal rapporto tra la Cassa o ente suddetti ed i lavoratori assistiti.

È noto che, relativamente al primo dei cennati rapporti, le contribuzioni godono dello specifico regime di esonero dal concorso alla formazione del reddito di lavoro dipendente e quindi sono escluse dal regime della ritenuta alla fonte di cui all’art. 23 del D.P.R. n. 600/1973 in forza di quanto stabilito dalla norma contenuta nel secondo comma dell’art. 48 del D.P.R. n. 597/1973. Peraltro, le contribuzioni stesse – pur costituendo un onere deducibile per il datore di lavoro – godono del cennato regime a condizione che le Casse o enti di che trattasi abbiano “esclusivamente fine previdenziale o assistenziale”.

Alla stregua di tale disciplina si ritiene che il requisito richiesto dall’art. 48 del D.P.R. n. 597/1973 è soddisfatto sia nel caso in cui la previdenza è realizzata direttamente dalla Cassa o ente e sia nel caso in cui la previdenza è realizzata attraverso la stipula, da parte della Cassa, di polizze aventi come assicurato il dipendente associato.

Sta di fatto che, quando la Cassa di previdenza stipula contratti di assicurazione sulla vita aventi come assicurati i dipendenti associati, l’originario fine previdenziale resta ugualmente perseguito, tanto nel caso in cui beneficiaria della polizza sia la Cassa stessa, quanto nel caso in cui beneficiari siano direttamente i dipendenti associati o i loro eredi.

Differente è, peraltro, il regime fiscale applicabile nelle due indicate ipotesi.

Infatti, nel caso in cui beneficiario della polizza sia la Cassa di previdenza, l’intero ammontare corrisposto all’associato o ai suoi eredi subisce il trattamento fiscale proprio delle “altre indennità” aggiuntive al T.F.R., ai sensi dell’art. 14, secondo comma, del D.P.R. n. 597.

Nei confronti della Cassa, se il pagamento del capitale da parte dell’assicuratore è correlato all’evento vita, la differenza tra capitale erogato e premi pagati sarà assoggettata alla ritenuta a titolo d’imposta del 12,50 per cento a norma dell’art. 6 della legge n. 482; se invece la prestazione dell’assicuratore è correlata all’evento morte, l’impresa assicuratrice non dovrà operare alcuna ritenuta e le somme corrisposte non concorreranno alla formazione del reddito complessivo della Cassa in quanto, come già detto, le somme suddette non costituiscono reddito di capitale.

Di contro, nel caso in cui il beneficiario della polizza sia l’associato, la tassazione prevista per le “altre indennità” dal secondo comma dell’art. 14 del D.P.R. n. 597 sarà applicata sul solo importo corrispondente ai premi pagati, mentre la differenza tra capitale riscosso e premi pagati, resterà assoggettata solamente al regime tributario di cui all’art. 6 della legge n. 482.

Ai fini della corretta applicazione delle vigenti disposizioni tributarie, sia la Cassa di previdenza che l’impresa assicuratrice dovranno rispettare gli adempimenti e le formalità di cui alla già citata circolare ministeriale n. 26 del 1981.

Con l’occasione si fa presente che si intendono revocate le risoluzioni n. 8/1402 del 22 ottobre 1976, n. 8/171 del 1 aprile 1977, n. 8/1973 dell’11 dicembre 1980 e le altre analoghe, per la parte non compatibile con il criterio della imputazione in via definitiva e diretta accolto nelle presenti istruzioni.

3. Determinazione della base imponibile

Come precisato in precedenza, l’art. 6 della legge n. 482/1985 ha disposto che le imprese di assicurazione devono operare una ritenuta a titolo d’imposta e con l’obbligo di rivalsa, con l’aliquota del 12,50 per cento commisurata alla differenza tra l’ammontare del capitale corrisposto e quello dei premi riscossi.

Poichè tale differenza costituisce la base imponibile della ritenuta suddetta e rappresenta reddito per il soggetto percettore (beneficiario della polizza), ne deriva che tale reddito, essendo soggetto a tassazione alla fonte a titolo definitivo, non concorre alla formazione del reddito imponibile del percettore stesso, ai sensi dell’art. 3, secondo comma, del D.P.R. n. 597 del 1973 e dell’art. 3 del D.P.R. n. 598 del 1973.

Pertanto, qualora il reddito in parola sia percepito da un’impresa, quest’ultima dovrà procedere alle opportune rettifiche nelle dichiarazioni annuali dei redditi salvo il caso – come in precedenza accennato – in cui la ritenuta non è stata operata in relazione a un evento “morte”, nel qual caso il capitale assicurato resta soggetto ad Irpeg.

Lo stesso art. 6 prevede altresì che la base imponibile come sopra determinata deve essere “ridotta del due per cento per ogni anno successivo al decimo se il capitale è corrisposto dopo almeno dieci anni dalla conclusione del contratto di assicurazione”.

In relazione alla predetta disposizione è stato segnalato che sovente il contratto di assicurazione subisce nel corso della sua durata alcune modifiche dirette ad aggiornarlo in taluni suoi elementi, allo scopo di renderlo meglio rispondente alle esigenze dell’assicurato oppure allo scopo di applicare allo stesso le nuove tariffe predisposte dall’assicuratore.

Talvolta dette modifiche sono dettate anche da mutamenti nelle condizioni familiari ed economiche dell’assicurato e concernono per lo più la durata del contratto, il tipo di assicurazione prescelto e l’ammontare del capitale assicurato. A seconda della prassi amministrativa seguita da ciascuna impresa assicuratrice, le modifiche suddette possono essere realizzate o attraverso l’emissione di una semplice “appendice” al contratto in corso, dalla quale risulta la variazione convenuta, ovvero attraverso l’emissione di un nuovo documento contrattuale, ossia di una nuova polizza che sostituisce quella precedente ma nella quale è espressamente previsto che la stessa costituisce la continuazione della polizza originaria.

Al riguardo si osserva che in entrambi i suddetti casi, poichè si è in presenza di un atto di previdenza che si è protratto per un certo periodico di tempo, si deve ritenere che, ai fini dell’applicazione del 2 per cento di riduzione della base imponibile, sia rilevante la data di conclusione dell’originaria polizza, a nulla influendo, quindi, le successive variazioni intervenute.

In ogni caso, considerato il tenore lessicale della norma che fa espresso riferimento ad “ogni anno successivo al decimo”, la predetta riduzione può essere riconosciuta solo con riferimento a periodi assicurativi annuali, senza computare i periodi di tempo inferiori all’anno.

4. Versamento delle ritenute.

Ai sensi del secondo comma dell’art. 6 della legge in oggetto citata, le imprese di assicurazione devono versare le ritenute in questione alla competente Sezione di Tesoreria Provinciale dello Stato entro i primi quindici giorni del mese successivo a quello in cui le ritenute stesse sono state operate.

Ai fini di cui sopra, si ricorda che i predetti versamenti dovranno affluire al Capo VI – capitolo n. 1028, art. 8, dello stato di previsione delle entrate dello Stato.

Lo stesso comma estende poi alle ritenute in esame anche l’obbligo della dichiarazione prevista dall’art. 7, primo comma, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 e dispone che le imprese di assicurazione devono procedere, entro lo stesso termine del 30 aprile di ciascun anno, alla dichiarazione dei sostituti di imposta.

Occorre, in proposito, precisare che la norma non richiede l’indicazione nominativa dei percettori, nè fa obbligo alle imprese assicuratrici di evidenziare le diverse cause che hanno originato la corresponsione del capitale assicurato. La norma in esame si limita, infatti, a richiedere l’indicazione dell’ammontare complessivo dei capitali corrisposti, delle ritenute operate e delle somme alle quali queste sono state commisurate.

Pertanto, tali elementi vanno indicati per valori complessivi nell’apposito mod. 770, quadro E1, ad eccezione del caso in cui la corresponsione del capitale dipenda dal decesso dell’assicurato. Ed infatti, poichè in tal caso nessuna ritenuta deve essere operata, vien meno il presupposto cui la norma connette l’obbligo di farne oggetto di dichiarazione.