Le rinunzie e le transazioni del lavoratore sono valide ?


Il lavoratore subordinato è protetto dalla legge nel caso che venga indotto a firmare una rinunzia ai suoi diritti o una transazione.

Da un lato il lavoratore potrebbe subire il timore di ritorsioni da parte del datore di lavoro, dall’altro lato potrebbe non avere la piena conoscenza delle norme di legge e quindi la piena consapevolezza dei suoi diritti.

Questo non significa che il lavoratore sia un soggetto incapace di agire, ma soltanto che la legge vuole tutelarlo, ma come fa talvolta anche per il consumatore e per il conduttore di immobili.

La legge quindi ammette che il lavoratore possa validamente disporre dei suoi diritti (e quindi rinunziarvi o transigere), ma solo se viene assistito da un avvocato in giudizio o da un sindacalista davanti alla Commessione di Conciliazione.

La norma di legge che stabilisce questo è l’art. 2113 del codice civile (clicca qui).

Spesso però avviene che il lavoratore vorrebbe solo firmare la risoluzione del rapporto di lavoro a fronte di un incentivo all’esodo, e invece si trova davanti un modulo che, approfittando dell’occasione, contiene una sorta di “condono tombale” verso il datore di lavoro per tutti i suoi diritti.

Ma queste rinunzie o transazioni “tombali” del lavoratore sono davvero valide?

La Cassazione se ne è occupata molte volte, ed ha fornito indicazioni ormai ben chiare, che di segui riassumiamo:

1. La nullità della dichiarazione generica:

Se il lavoratore dichiara semplicemente “di non aver più nulla da pretendere” oppure di “rinunziare a qualunque diritto derivante dal rapporto di lavoro”, si tratta di espressioni troppo vaghe e generiche per poter essere impegnative.
Secondo la Cassazione in questo caso il lavoratore non aveva la sufficiente consapevolezza di rinunciare a specifici diritti, che invece avrebbe dovuto avere ben presenti.

Così ad esempio si esprime Cass. 21/02/2017, n. 4420:

“La quietanza liberatoria rilasciata a saldo, salvo eccezioni, non ha efficacia negoziale. La quietanza liberatoria rilasciata a saldo di ogni pretesa deve essere intesa, di regola, come semplice manifestazione del convincimento soggettivo dell’interessato di essere soddisfatto di tutti i suoi diritti, e pertanto alla stregua di una dichiarazione di scienza priva di efficacia negoziale, salvo che nella stessa non siano ravvisabili gli estremi di un negozio di rinuncia o transazione in senso stretto, ove, per il concorso di particolari elementi di interpretazione contenuti nella stessa dichiarazione, o desumibili aliunde, risulti che la parte l’abbia resa con la chiara e piena consapevolezza di abdicare o transigere su propri diritti”.

Nello stesso senso si vedano Cass. 19/09/2016 n. 18321 e Cass. 15/09/2015 n. 18094.

2. La mancanza di reciproche concessioni

Il datore di lavoro, per ottenere dal lavoratore una transazione sui suoi diritti, deve dare qualcosa in cambio, che non sia solo il TFR già calcolato.

Cass. 07/11/2018, n. 28448 ha infatti ribadito che “Per esserci transazione tra lavoratore e datore è necessario che l’accordo preveda lo scambio di reciproche concessioni.
Per poter qualificare come atto di transazione l’accordo tra lavoratore e datore è necessario che contenga lo scambio di reciproche concessioni, sicché, ove manchi l’elemento dell’”aliquid datum, aliquid retentum”, essenziale ad integrare lo schema della transazione, questa non è configurabile (nella specie, la lavoratrice a seguito della sua rinuncia a qualsiasi ulteriore pretesa derivante dal pregresso rapporto di lavoro, non aveva ottenuto null’altro che il TFR, diritto che le era già riconosciuto per legge)”.

3. La irrilevanza della sede sindacale

Abbiamo visto che il lavoratore può rinunziare ai suoi diritti, o transigere su di essi, solo se assistito dai sindacati in sede di Commissione di conciliazione (o da un avvocato in giudizio)

Senonchè questa assistenza sindacale deve essere effettiva, e non solo formale. I sindacati, cioè, non possono essere solo i “notai” della conciliazione, ma debbono svolgere un ruolo di effettiva assistenza verso il lavoratore, cui sono tenuti a spiegare i suoi diritti e in modo che possa valutare con piena consapevolezza a cosa sta rinunziando.

Scrive infatti con chiarezza la Corte appello dell’Aquila 10/03/2016 che: “L’intervento del sindacato alla stipula della conciliazione non può limitarsi ad una mera presenza, ma deve concretizzarsi in una qualche forma di assistenza effettiva che possa sottrarre il lavoratore al metus nei confronti del datore di lavoro: prestare assistenza al lavoratore nell’espletamento della conciliazione non significa infatti limitarsi a sottoporgli una soluzione già definita chiedendogli di accettare o meno, bensì significa assisterlo nella scelta ponendolo in condizione di sapere a quale diritto rinuncia ed in quale misura, con quali vantaggi e rispetto a quali concessioni”.

Ancora la sentenza resa da Cass. 23/10/2013 n. 24024 ha stabilito che le rinunzie o transazioni sono valide “solo a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentati sindacali sia stata effettiva, consentendo al lavoratore di sapere a quale diritto rinunzia ed in che misura, e, nel caso di transazione, a condizione che dall’atto si evinca la “res dubia” oggetto della lite (in atto o potenziale) e le “reciproche concessioni” in cui si risolve il contratto transattivo ai sensi dell’art. 1965 c.c. […] consentendogli di individuare esattamente il diritto al quale rinuncia e a fronte di quale vantaggio”

4. La nullità della rinunzia ad un diritto futuro

Il diritto a cui il lavoratore rinunzia deve essere attuale, e non futuro. Ad esempio non è valida la rinunzia o transazione, stipulata durante il rapporto di lavoro, sul TFR se non ancora percepito.

Scrive infatti Cass. 11/11/2015 n. 23087 che poiché “Il diritto alla liquidazione del trattamento di fine rapporto del lavoratore ancora in servizio è un diritto futuro, la rinuncia effettuata dal lavoratore è radicalmente nulla ai sensi degli artt. 1418, secondo comma, e 1325 c.c., per mancanza dell’oggetto, non essendo ancora il diritto entrato nel patrimonio del lavoratore e non essendo sufficiente l’accantonamento delle somme già effettuato”.

Questa è in estrema sintesi la problematica, qui esposta in termini volutamente semplici e divulgativi.
Per ogni approfondimento, è possibile rivolgersi direttamente al nostro Studio.

Trascriviamo comunque qui di seguito l’articolo 2113 del codice civile.

Art. 2113 – Rinunzie e transazioni

1. Le rinunzie e le transazioni, che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi concernenti i rapporti di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, non sono valide.

2. L’impugnazione deve essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla data di cessazione del rapporto o dalla data della rinunzia o della transazione, se queste sono intervenute dopo la cessazione medesima.

3. Le rinunzie e le transazioni di cui ai commi precedenti possono essere impugnate con qualsiasi atto scritto, anche stragiudiziale, del lavoratore idoneo a renderne nota la volontà.

4. Le disposizioni del presente articolo non si applicano alla conciliazione intervenuta ai sensi degli articoli 185, 410, 411, 412-ter e 412-quater del codice di procedura civile.