I precedenti sull’art. 1 del Protocollo n. 1 della CEDU


Ricerca a cura di Francesca Trevisan

per lo Studio Legale IACOVIELLO

Premessa

L’Articolo 1 del Protocollo 1 si compone di 3 distinte disposizioni:

Articolo 1 – Protezione della proprietà.

Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

Le disposizioni Precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di mettere in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende.

    • Paragrafo 1 (prima parte): regola di natura generale che sancisce il principio del pacifico godimento della proprietà
    • Paragrafo 1 (seconda parte): la privazione del possesso è soggetta a determinate condizioni
    • Paragrafo 2: gli Stati contraenti hanno potere/diritto di controllo dell’uso della proprietà in conformità con l’interesse generale, adottando leggi che sembrano necessarie allo scopo

Queste regole non sono distinte: in particolare, le ultime due riguardando casi particolari di interferenza con il diritto al pacifico godimento della proprietà e per questo motivo devono essere interpretate alla luce del principio generale enunciato dalla prima disposizione.

Nel valutare la violazione dell’Articolo 1, la Corte fa riferimento ai seguenti fattori in ordine logico:

    • Applicabilità. La tutela si applica solo ai “propri beni”, e sono tali:
      • i beni esistenti
      • gli valori patrimoniali, compresi i crediti che godano di una sufficiente base giuridica nel diritto interno idonea a fondare il legittimo affidamento del ricorrente.
    • Ingerenza. Il protocollo sanziona l’ingerenza nel diritto al pacifico godimento dei propri beni, ingerenza che può consistere nell’ablazione del bene esistente o nella riduzione/sospensione di una prestazione cui si ha diritto. Tale ingerenza, per essere compatibile con la Convenzione, deve rispondere a diversi requisiti:
      • Legittimità. Requisito giudicato mancante solo in pochi casi, vedi Antonakopoulos in cui la legge che violava il giudicato è stata ritenuta illegittima dunque l’ingerenza non giustificata.
      • Motivi di interesse generale. La Corte ritiene che in genere le autorità nazionali siano le più adatte a valutare la sussistenza di tale requisito e riconosce loro un ampio margine di apprezzamento, specie quando si tratta di misure generali di strategia economica o sociale; è addirittura disposta a considerare le esigenze di finanza pubblica come sufficienti a giustificare l’ingerenza.
      • Proporzionalità. La misura deve risultare ragionevolmente proporzionata rispetto al fine che il legislatore intende realizzare. Il giusto equilibrio tra mezzo e fini è violato se la persona interessata sopporta un onere individuale eccessivo (nella cui valutazione la Corte è piuttosto severa).
    • APPLICABILITÀ

Si può lamentare violazione solo se si contestano interventi del legislatore che riguardano un proprio bene. Ai fini dell’Articolo, sono considerati beni:

    • i beni esistenti
    • i valori patrimoniali, compresi – in casi bene determinati – i crediti. Affinché un credito possa rientrare nella categoria “interesse patrimoniale” e dunque nell’ambito di applicabilità del Protocollo, è necessario che il titolare dimostri che il credito ha una sufficiente base giuridica nel diritto interno, ad esempio quando si fondi su una sentenza definitiva oppure quando la pretesa del ricorrente sia confermata da consolidata giurisprudenza dei tribunali. In questi casi, la Corte riconosce un legittimo affidamento al ricorrente, e la natura di interesse patrimoniale al credito vantato, che è dunque destinatario della tutela del Protocollo.

Casi in il credito è stato riconosciuto valore patrimoniale

      • Il credito relativo a una pensione può costituire un bene ai sensi del protocollo qualora abbia un sufficiente fondamento nel diritto interno, per esempio, se è confermato da una sentenza definitiva pronunciata da un tribunale.
      • Nel caso di specie, la corte accetta che i diritti pensionistici dei ricorrenti costituiscano un bene ai sensi del protocollo
      • I ricorrenti che avevano ottenuto una sentenza definitiva in loro favore sono titolari di un interesse patrimoniale che costituisce, se non un credito, quanto meno un’aspettativa legittima di poter ottenere il pagamento delle somme controverse
      • I ricorrenti che non avevano proposto ricorso interno (o che l’hanno proposto, ma sono tutt’ora in causa) sono anch’essi titolari di un interesse di questo tipo a partire dalla pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale che ha censurato la norma retroattiva (N.B. per questi ricorrenti è stato giudicato irricevibile il ricorso per violazione dell’articolo 6)
      • [la ricorrente aveva lamentato violazione dell’articolo 6. La Corte ha accettato il ricorso, ma lo ha valutato sotto il profilo della violazione all’articolo 1 del Protocollo]
      • anche se l’articolo si applica solo ai beni esistenti in possesso dell’individuo e non determina un diritto all’acquisto di nuove proprietà, in alcune circostanze l’articolo può anche proteggere l’aspettativa legittima di ottenere un bene patrimoniale, purché tale aspettativa sia:
        • Più concreta di una mera speranza
        • Fondata su una disposizione di legge o un atto giuridico quale una sentenza
      • Diritto ad ottenere pensione di importo uguale a ultimo salario + adeguabile all’aumento dei salari dei giudici della Corte suprema in servizio (riconosciuto da normativa speciale) costituisce interesse patrimoniale protetto dal protocollo.
      • Credito pensionistico può costituire valore patrimoniale laddove sia stato confermato, ad esempio, da una sentenza definitiva
      • Alla luce della giurisprudenza dei giudici nazionali, la corte ritiene che i ricorrenti avessero “se non un diritto di credito, quanto meno un legittimo affidamento” à il loro interesse economico costitutiva un bene ai sensi del Protocollo
    • PLALAM V ITALIA (2010) – pp. 36-:
      • Ricorrente era titolare di bene alla luce del protocollo in quanto:
        • Il parere di conformità che aveva ottenuto dal Ministro per il Mezzogiorno era vincolante per tutte le amministrazioni e costituiva titolo per il godimento delle sovvenzioni destinate alle imprese
        • La ricorrente poteva inoltre aspettarsi legittimamente l’aumento delle sovvenzioni in virtù di quanto previsto dal decreto ministeriale. Peraltro ella aveva soddisfatto tutte le obbligazioni previste dalla legge in merito e vi era corrispondenza tra il costo dei lavori effettuati e i documenti prodotti dall’interessata
        • Tenuto anche conto dell’attività della ricorrente (che pianifica i suoi progetti industriali sulla base della loro redditività, che dipende anche dal loro costo e dagli eventuali finanziamenti promessi dalle autorità), la Corte ritiene che essa potesse legittimamente rivendicare un interesse patrimoniale di natura sostanziale, dunque un bene secondo la definizione elaborata dalla giurisprudenza di questa corte.
      • Le parti concordano sul fatto che la legge abbia interferito con un valore patrimoniale secondo la definizione del protocollo
      • In ogni caso, i ricorrenti avevano già ottenuto l’aggiudicazione di danni “ad interim”, e godevano di un’ammissione di responsabilità da parte dell’ospedale; erano poi sostenuti da giurisprudenza precedente circa la probabilità di vincere la causa e ottenere somme importanti a titolo di danno (patrimoniale e non)
    • MAURICE V FRANCIA (2005) – pp. 68-70:
      • Il governo eccepisce che a differenza di DRAON, l’ospedale in questo caso non ha ammesso alcuna responsabilità, dunque la pretesa dei ricorrenti non è sufficientemente fondata da costituire bene patrimoniale secondo il protocollo
      • La corte rigetta questa impostazione, in quanto nei vari procedimenti interni diverse corti in diversi gradi di giudizio hanno tutte riconosciuto il nesso di causalità tra negligenza dei medici e il pregiudizio subito dal bambino. Dunque non c’è motivo per dubitare della fondatezza della loro pretesa e della loro aspettativa legittima a vedersi aggiudicati i danni sulla base della giurisprudenza precedente (la stessa invocata in DRAON)
      • La sentenza della Corte dei conti ha riconosciuto il diritto, dunque ha fatto nascere in capo ai ricorrenti un credito sufficientemente certo e non un mero “diritto eventuale”
    • STRAN GREEL REFINERIES V. GRECIA (1994):
      • Il lodo arbitrale ha forza di decisione definitiva nell’ordinamento greco, dunque il bene sussiste
    • INGERENZA

Il protocollo non garantisce il diritto a diventare proprietario di un bene, né ad ottenere pensione di particolare importo, bensì sanziona una ingerenza in tale diritto, che può consistere in una riduzione o in una sospensione della prestazione. Tale riduzione/sospensione, per essere compatibile con la Convenzione, deve rispondere a diversi requisiti.
Casi in cui è stata argomentata dalla corte la sussistenza dell’ingerenza

      • La riduzione o la sospensione di una prestazione può costituire ingerenza nei beni.
      • Il decreto ha provocato l’interruzione dell’esecuzione delle decisioni favorevoli ai ricorrenti dunque ha comportato ingerenza.

2.1 LEGITTIMITÀ INGERENZA

Il protocollo non garantisce il diritto a diventare proprietario di un bene, né ad ottenere pensione di particolare importo, bensì sanziona una ingerenza in tale diritto, che può consistere in una riduzione o in una sospensione della prestazione. Tale riduzione/sospensione, per essere compatibile con la Convenzione, deve rispondere a diversi requisiti.

Il prius logico è la legittimità dell’intervento legislativo. Questo significa in primis che l’ingerenza deve essere “prevista dalla legge”; inoltre, come sottolineato in alcuni casi, tale previsione di legge deve rispondere ai principi di legalità e di preminenza del diritto, che permeano l’intero sistema della Convenzione. Tuttavia, i casi in cui questo elemento è stato ritenuto mancante dalla Corte sono pochissimi, e si trovano qui elencati. Si tratta di alcune fattispecie particolari: espropriazioni indirette e violazione di giudicato (si veda in particolare ANTONAKOPOULOS E ALTRI V. GRECIA).
In tutti gli altri casi, che la violazione sia stata riconosciuta o meno, l’intervento è stato quantomeno ritenuto legittimo.
Casi in cui non è stato rispettato il principio di legalità

    • CARRATU’ JANES V ITALIA (2006) – pp. 49-54:
      • Secondo la giurisprudenza della Corte in materia di espropriazione indiretta, questo tipo di espropriazione “ignora il principio di legalità in quanto non è atta a garantire un grado sufficiente di sicurezza giuridica e permette in generale all’amministrazione di passare oltre le regole fissate in materia di espropriazione”
      • Nel caso di specie la Corte interpreta quell’espropriazione indiretta quale occupazione illegale di terreno, aggravata dalla successiva legge che ha retroattivamente privato l’espropriato della possibilità di ottenere un indennizzo
      • Alla luce di queste considerazioni, la Corte stima che l’ingerenza controversa non è compatibile col principio di legalità e che ha infranto dunque il diritto al rispetto dei beni del richiedente à dunque c’è stata violazione dell’articolo 1 protocollo 1.
      • In materia di espropriazione indiretta, la Corte rileva che i ricorrenti – come ritenuto dai giudici interni – sono stati privati del loro bene a partire dalla data di realizzazione dell’opera pubblica. In mancanza di un atto formale di espropriazione, la Corte ritiene che la situazione non possa essere considerata prevedibile, poiché è solo con la decisione giudiziaria definitiva che può considerarsi effettivamente applicato il principio dell’espropriazione indiretta e sancita l’acquisizione del terreno da parte delle autorità pubbliche.
      • Secondo la corte l’ingerenza controversa non è compatibile con il principio di legalità ed ha quindi violato il diritto al rispetto dei beni dei ricorrenti à violazione articolo 1
    • MACRI E ALTRI V. ITALIA (2011) – pp. 44-47:
      • “La Corte osserva poi che la situazione in questione ha consentito all’amministrazione di trarre giovamento da un’occupazione di terreno illegale. In altri termini, l’amministrazione ha potuto appropriarsi il terreno ignorando le regole che governano l’espropriazione nella debita forma. Alla luce di queste considerazioni, a giudizio della Corte, l’ingerenza controversa non è compatibile con il principio di legalità ed ha quindi violato il diritto al rispetto dei beni dei ricorrenti. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo p. 1”.
      • “Il primo e più importante requisito dell’articolo 1 protocollo 1 è che qualsiasi interferenza da parte di una pubblica autorità nel pacifico godimento dei beni debba essere lecita. […] inoltre, il principio di legalità, uno dei principi fondamentali di una società democratica, è intrinseco in ogni articolo della Convenzione. Ne consegue che la questione circa il rispetto del giusto equilibrio tra le esigenze di pubblico interesse e i diritti fondamentali del singolo acquista rilevanza solo dopo che si sia accertato che l’interferenza in questione rispondesse al principio di legalità e non avesse carattere arbitrario”.
      • Nel caso di specie, ai proprietari era stato sequestrato l’edificio per essere demolito, e impedito l’accesso nel mese precedente, con pregiudizio al loro diritto di godimento. Il governo non ha addotto alcuna giustificazione
      • L’azione è dunque illegittima secondo il diritto interno perché le autorità hanno ignorato l’ordine ad interim che era stato emesso dalle corti interne à violazione
      • Il dovere dello stato di rispettare e ottemperare al giudicato che lo trova soccombente è un precipitato diretto del principio di legalità
      • La necessità che l’ingerenza rispetti il principio di legalità e non sia arbitraria prevale sull’eventualità che il giusto equilibrio mezzi/fini sia stato rispettato
      • Una seconda ingerenza si è avuta quando, dopo la censura della norma retroattiva, la p.a. ha continuato a rifiutare il pagamento, violando il diritto dei ricorrenti al godimento del proprio bene.

Casi in cui è stato ritenuto rispettato (tutti gli altri, ma di seguito quelli in cui la Corte ha argomentato):

      • La ricorrente ha iniziato la causa sulle rate in questione dopo che l’autorità amministrativa aveva cominciato ad applicare il nuovo regime, previsto dall’ultima legge. In precedenza, aveva avuto una causa, riguardante la legittimità di un altro emendamento (precedente, risalente al 2001), peraltro finita a suo favore.
      • L’emendamento in questione (del 2005) non ha dunque dirottato alcun procedimento pendente e non è viziato da manifesta arbitrarietà → interferenza risponde al principio di legalità.

2.2 MOTIVI DI INTERESSE GENERALE

L’ingerenza nel diritto al pacifico godimento della proprietà, per essere compatibile con la Convenzione, deve anche rispondere a motivi di interesse generale. Da questo punto di vista, la Corte ritiene che in genere le autorità nazionali siano le più adatte a valutare l’esistenza di un problema di interesse pubblico che giustifichi le misure di ingerenza nel pacifico godimento di beni e per questo motivo riconoscono allo Stato un ampio margine di apprezzamento nella valutazione le esigenze di pubblica utilità. Peraltro, la Corte ammette che la nozione di pubblica utilità è necessariamente ampia, e che la decisione di adottare legislazioni restrittive della proprietà di solito comporta valutazioni di ordine politico, economico e sociale, politiche nella conduzione delle quali il legislatore gode di ampia libertà. Per questi motivi, la Corte rispetta tendenzialmente il modo in cui il legislatore nazionale concepisce gli imperativi di pubblica utilità, a meno che la sua decisione sia manifestamente priva di ragionevole fondamento.
In particolare, a differenza di quanto avviene per l’Articolo 6, la Corte è disposta a considerare le esigenze di tutela della finanza pubblica come sufficienti a giustificare l’ingerenza. Ne è prova il fatto che in tutti i casi di studio, i motivi sono stati ritenuti legittimi, e la violazione è stata riconosciuta semmai in punto di proporzionalità. Di seguito i casi in cui la corte si è premurata di argomentare nel dettaglio.

Casi in cui la Corte ha argomentato perché i motivi sono stati ritenuti legittimi

      • Ampio margine di apprezzamento dello stato in politiche socio-economiche. No dubbio su interesse generale nel porre un divieto al contemporaneo esborso di pensione e stipendio, al fine di proteggere le casse dello stato.
      • “fintanto che il legislatore abbia scelto un metodo che si possa considerare ragionevole e idoneo a raggiungere l’obiettivo perseguito, non spetta alla Corte stabilire se il legislatore abbia preso la soluzione migliore per gestire il problema o se avrebbe dovuto esercitare la propria discrezionalità in altro modo”
      • L’eliminazione delle disposizioni discriminatorie e il controllo della spesa pubblica (N.B. che non bastano a giustificare la violazione dell’articolo 6!) sono fini legittimi, in quanto finalizzati a garantire la giustizia sociale e tutelare il benessere economico dello Stato, politiche nella cui attuazione le pubbliche autorità statali godono di un ampio margine di discrezionalità, poiché più adatte a valutare cosa corrisponda all’interesse generale della comunità.
      • Ampio margine di valutazione (dovuto a migliore collocazione delle autorità pubblico nel valutare sussistenza di esigenze di natura pubblica) + estensione particolare nell’ambito di politiche sociali ed economiche
      • Nel caso di specie, l’emendamento era finalizzato a mantenere la sostenibilità delle finanze dello Stato, attraverso la razionalizzazione della spesa pubblica
    • PLALAM V ITALIA (2010) – pp. 46-47:
      • La legislazione controversa perseguiva gli scopi legittimi di ridurre le spese pubbliche e di evitare un aumento incontrollato delle agevolazioni finanziarie concesse alle imprese. In un ambito così complesso quale la gestione del bilancio dello stato, ogni decisione implica una valutazione dei problemi politici, economici e sociali che la Convenzione lascia alla competenza delle autorità interne perché meglio collocate rispetto alla corte per valutarli. In materia dunque gli stati dispongono di ampio potere di valutazione.
      • Nel caso di specie, la corte ritiene che la norma si inscriva in questo margine di valutazione dello stato e che, di conseguenza, in quanto tale non può essere considerata arbitraria. Si deve dunque indagare in punto di proporzionalità (il ricorso verrà accolto).
      • Considerato che 1) autorità pubbliche sono in una posizione migliore per rilevare problemi e necessità di natura pubblica 2) la nozione di pubblico interesse va interpretata necessariamente in maniera estensiva 3) la corte può opporsi alle conclusioni del governo solo ove il giudizio di quest’ultimo sia palesemente privo di un ragionevole fondamento…
      • La corte accetta l’argomento del governo, che individua tre ordini di finalità di interesse pubblico: soluzione di questioni etiche, equità, organizzazione del sistema di sanità pubblica. Dunque l’ingerenza rispondeva a fini di interesse pubblico
    • MAURICE V FRANCIA (2005) – pp. 83-85:
    • BACK V FINLANDIA (2004) – p. 60:
      • P. 54: La possibile esistenza di soluzioni alternative non rende di per sé ingiustificata la normativa contestata. Purché il legislatore rimanga all’interno dei limiti del suo margine di valutazione, non sta alla corte decidere se il legislatore sia ricorso alla soluzione migliore per gestire il problema o se la discrezionalità legislativa dovesse essere esercitata in un altro modo.
      • Secondo la giurisprudenza della corte, il trasferimento coattivo di una proprietà da un individuo all’altro può costituire, a seconda delle circostanze, una misura legittima quando sia finalizzata al perseguimento di politiche sociali ed economiche di pubblico interesse, anche se la comunità allargata non gode fa uso diretto della proprietà trasferita.

2.3 PROPORZIONALITÀ INGERENZA

L’ingerenza del legislatore nel diritto di proprietà, per essere compatibile con la Convenzione, deve soprattutto caratterizzarsi per la sua proporzionalità rispetto all’obiettivo che persegue. In particolare, il giusto equilibrio tra mezzi impiegati e fini perseguiti si dovrà ritenere violato quando la persona interessata dalla misura sopporta un onere individuale eccessivo.

A questo proposito, con particolare riguardo alle questioni riguardanti diritti previdenziali, la Corte ha affermato (Stefanetti, p. 59): “è probabile che la privazione dell’intera pensione violi la suddetta disposizione e che, invece, delle riduzioni minime di una pensione o delle prestazioni connesse non lo facciano […]. Tuttavia l’analisi del giusto equilibrio non può essere basata in astratto unicamente sull’importo o sulla percentuale della riduzione subita. […] la Corte tenta di valutare tutti gli elementi pertinenti della causa relativi a un contesto specifico”. Procedendo in questo modo, la Corte si è dimostrata piuttosto generosa nel ritenere compatibili riduzioni anche molto importanti della pensione (fino anche al 65% dell’importo mensile nel caso Banfield v UK). In STEFANETTI la Corte ha invece sanzionato una riduzione del 67%, ma argomentandola a fondo e sulla base di un giudizio di inadeguatezza basato sul fatto che tali pensioni risultavano vicine alla minima (che il Comitato europeo per i diritti sociali aveva ritenuto inadeguata ad assicurare i mezzi di sussistenza della persona), nonché in considerazione del fatto che tale pensione derivava da contributi lavorativi. Tuttavia, si ritiene importante ricordare l’opinione dissenziente del giudice italiano Raimondi, che pur ammettendo la gravità della riduzione, la riteneva compatibile in quanto 1) le pensioni ridotte erano comunque superiori alla minima, pensione che basta al 15% degli italiani per sopravvivere e 2) riconoscere la violazione avrebbe comportato grande disuguaglianza rispetto ai cittadini italiani che percepiscono pari pensione, ma che hanno versato contributi molto più alti.
In definitiva, il mero quantum di perdita di per sé (per quanto alto!) non sembra essere sufficiente a ottenere il riconoscimento della violazione, ma vanno valutati anche altri elementi, quali:

    • l’eventualità che il ritardo dell’amministrazione nel procedere ai suoi compiti abbia avuto ruolo determinante nell’applicazione della normativa in questione all’interessato (vedi DIBELMONTE e PLALAM)
    • La buona fede dell’interessato (vedi NAGY)
    • L’incidenza della perdita sui mezzi di sussistenza dell’interessato (vedi STEFANETTI e NAGY; in senso contrario, FABIAN e SILVERFUNGHI) o delle possibilità di guarigione/sopravvivenza (vedi M.C.)
    • La circostanza che l’interessato abbia avuto o meno possibilità di scelta tra due diverse opzioni (vedi FABIAN) o che abbia comunque avuto modo di presentare le sue ragioni davanti alle corti interne (vedi BACK)
    • L’implicita ammissione dell’inadeguatezza dell’importo della pensione/indennizzo etc. da parte del legislatore che sia successivamente intervenuto di nuovo ad aumentarlo (vedi DRAON, MAURICE)
    • La circostanza che il ricorrente sia stato o meno unico “bersaglio” della normativa, e dunque abbia sostenuto un onere individuale (vedi BACK e KHONIAKINA)

Va sottolineato che spesso la Corte non ha rinvenuto violazione del protocollo nonostante abbia invece ritenuto violato l’articolo 6; difficilmente è accaduto il contrario.

Casi in cui è stata riconosciuta violazione

      • Diversamente da MAGGIO, i ricorrenti affermano di aver perso circa i 2/3 (67%) di quello che avrebbero dovuto percepire come pensione (cifre che non sono state contestate dal governo e pertanto devono essere ritenute corrette). Data la riduzione più sostanziale la corte deve rivalutare la questione e esaminare la riduzione nel contesto della causa
      • La corte osserva: “è probabile che la privazione dell’intera pensione violi la suddetta disposizione e invece delle riduzioni minime non lo facciano. Tuttavia l’analisi del giusto equilibrio non può essere basata in astratto unicamente sull’importo o sulla percentuale della riduzione subita. In tutte queste cause, la Corte tenta di valutare tutti gli elementi pertinenti della causa relativi a un contesto specifico. Procedendo in questo modo la Corte ha concluso che perfino una riduzione del 65% per quanto considerevole non ha sconvolto il giusto equilibrio nel caso Banfield v. UK (2004)”.
      • Nel caso di specie, senza dubbio la riduzione è di per sé notevole, tuttavia si deve tener conto della loro contribuzione in termini assoluti, e la perdita va esaminata alla luce di tutti i fattori pertinenti: da un lato i ricorrenti hanno versato contributi inferiori in Svizzera rispetto a quelli che avrebbero dovuto versare in Italia; inoltre la riduzione era finalizzata a uniformare una situazione e evitare vantaggi ingiustificati
      • MA dal momento che il governo non ha fornito informazione sulla qualità della vita che ci si poteva aspettare in base all’importo delle pensioni percepite, la Corte si può basare solo sulle conclusioni del Comitato europeo dei diritti sociali, che quell’anno aveva ritenuto la pensione minima italiana come inadeguata; di conseguenza i ricorrenti, che percepiscono poco di più, potranno provvedere solo ai generi di prima necessità à pertanto le riduzioni hanno inciso sul loro stile di vita e ne hanno ostacolato il godimento in modo essenziale.
      • Inoltre, i ricorrenti hanno deciso consapevolmente di tornare in Italia in un momento in cui aveva una legittima aspettativa di poter percepire delle pensioni più elevate. Va poi considerato che la norma retroattiva non era di interpretazione autentica ed era pertanto imprevedibile
      • In conclusione, dopo aver versato i contributi per tutta la vita, perdendo il 67% delle loro pensioni i ricorrenti non hanno subito delle riduzioni proporzionate ma sono stati di fatto costretti a sopportare un onere eccessivo à violazione del protocollo
      • OPINIONE DISSENZIENTE GIUDICE RAIMONDI: La riduzione è certo notevole, ma NON costituisce onere eccessivo perché:
        • Nessuno dei ricorrenti si attesta nella fascia pensionistica più bassa
        • Senza la riduzione, i ricorrenti avrebbero goduto di un vantaggio rispetto ai pensionati che hanno lavorato in Italia e hanno versato contributi significativamente più alti
        • Ampio margine di discrezionalità dello Stato nella disciplina del sistema pensionistico
      • Nessuno dei ricorrenti ha beneficiato della rivalutazione dell’IIS, neanche dopo la pubblicazione della sentenza di censura costituzionale
      • Rilevante è che l’IIS rappresenti più del 90% dell’importo globale dell’indennizzo corrisposto agli interessati. La Corte deve poi tener conto delle patologie di cui i ricorrenti sono/erano affetti e del fatto che le possibilità di sopravvivenza/guarigione è strettamente collegata al beneficio degli indennizzi
      • L’adozione del decreto ha dunque fatto pesare un carico anormale e esorbitante sui ricorrenti e la lesione ai loro beni ha assunto carattere sproporzionato, rompendo il giusto equilibrio tra le esigenze di interesse generale e la salvaguardia dei diritti fondamentali degli individui
      • Pur avendo la Corte riconosciuto la sussistenza di fondate esigenze di natura pubblica (razionalizzare la disciplina dei benefici di disabilità), lo Stato non ha rispettato il giusto equilibrio perché:
        • Non ha previsto disciplina transitoria per i casi in corso, come quelli della ricorrente
        • La ricorrente si è vista negare l’intero importo della pensione di invalidità, che peraltro era la sua primaria fonte di sostentamento. In più va considerato che in virtù della sua stessa condizione, aveva meno opportunità di accesso al mondo del lavoro à sacrificio eccessivo della ricorrente
        • Inoltre la corte ha sottolineato la buona fede della ricorrente, che si è sottoposta a continue valutazioni mediche richieste negli anni per l’accertamento della sua invalidità, e ha costantemente cooperato con le autorità
      • La corte ha affermato: la privazione dell’intera pensione è prevedibilmente idonea a costituire violazione dell’articolo 1, mentre una riduzione ragionevole della pensione o di benefici ad essa connessi probabilmente non lo è. Tuttavia, il giudizio di equo bilanciamento non può basarsi solo sull’ammontare o sulla percentuale della riduzione sofferta, in astratto. Bisogna prendere in considerazione tutti gli elementi rilevanti nello specifico contesto. Nel fare ciò, la Corte ha attribuito importanza a fattori quali la natura discriminatoria della perdita del diritto; l’assenza di disposizioni di transizione; l’arbitrarietà della condizione; la buona fede del ricorrente.
      • L’adozione della legge ha posto un onere eccessivo e anormale ai ricorrenti e il pregiudizio della loro proprietà ha rivestito carattere sproporzionato, rompendo il giusto equilibrio
      • Indennizzo troppo modesto à carico sproporzionato ed eccessivo (soprattutto alla luce dell’assenza di un’utilità pubblica)
    • DIBELMONTE V. ITALIA (2010):
      • Carico eccessivo (si trattava di riduzione del 20% di un indennizzo), anche alla luce del fatto che il ritardo della p.a. nell’adempiere al pagamento ha avuto influenza determinante sull’applicazione del nuovo regime
    • PLALAM V. ITALIA (2010) – pp. 49-53:
      • Il ritardo della p.a. nel compimento delle formalità che dovevano precedere il versamento del saldo delle sovvenzioni ha avuto influenza determinante sull’applicazione delle nuove norme; peraltro la stessa nota del ministero rileva che la reticenza dell’amministrazione era finalizzata all’applicazione a tempo debito di una regolamentazione allora ancora in corso di elaborazione e sfavorevole alla ricorrente.
      • Alla luce di ciò, la corte ritiene che sia stato rotto il giusto equilibrio à violazione protocollo
      • La normativa (che è stata applicata ai procedimenti giudiziari pendenti) ha sancito la non responsabilità dell’ospedale per un capo intero di riconoscimento dei danni patrimoniali, cui i ricorrenti aveva invece diritto in virtù della legislazione previgente come interpretata dalla giurisprudenza precedente.
      • Lo stesso governo ha implicitamente ammesso che la normativa in questione non riconosceva adeguata compensazione, in quanto pochi anni dopo è stata emanata una legge che portava dei correttivi (che peraltro secondo la Corte rimangono non adeguati). La legislazione francese ha dunque privato i ricorrenti di un interesse patrimoniale nella forma di una pretesa fondata di pagamento danni, che potevano legittimamente aspettarsi venisse decisa sulla scorta della giurisprudenza delle corti più alte.
      • La corte non può accettare l’eccezione del governo secondo la quale l’ingerenza ha rispettato il principio di proporzionalità, dunque c’è stata violazione dell’articolo 1.
    • MAURICE V FRANCIA (2005) – pp. 86-94:
      • Lo stato è intervenuto dopo una sentenza definitiva che riconosceva i diritti dei ricorrenti con l’intento di dichiarare tali pretese prescritte à si è rotto il giusto equilibrio.

Casi in cui non è stata riconosciuta violazione (onere NON eccessivo)

      • Il bilanciamento va effettuato alla luce dell’ambito, che è quello della sicurezza sociale, e delle misure legislative, che sono piani previdenziali espressione della solidarietà della società nei confronti dei suoi membri più deboli
      • Nell’esaminare se l’ingerenza delle autorità nazionale si sia mantenuta all’interno del margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati (che la Corte ritiene essere naturalmente ampio), andranno tenuti in considerazione diversi fattori rilevanti; nel caso di specie:
        • Entità perdita subita (vedi NAGY):
          • Sospensione non determina perdita totale
          • L’ammontare o la percentuale della perdita subito non è da sola decisiva, ma va esaminata alla luce degli altri fattori rilevanti del caso
        • Possibilità di scelta: il ricorrente poteva scegliere se mantenere il posto di lavoro e subire la sospensione della pensione o viceversa. Ha scelto la prima.
        • Entità perdita dei mezzi di sostentamento: il ricorrente godeva anche di uno stipendio legato al suo impiego nel settore pubblico, dunque la sospensione delle rate pensionistiche non comportavano una privazione sostanziale, in quanto aveva un’altra fonte di reddito. Peraltro la Corte ammette che la normativa in sé non faceva distinzioni di questo tipo, e dunque era possibile che altri individui subissero la stessa sorte senza avere altri mezzi di sostentamento, ma la Corte può pronunciarsi solo sull’applicazione al singolo caso del ricorrente, mai in astratto.
      • L’azione dello stato mirava a ridurre la spesa pubblica limitando l’aiuto dato alle aziende agricole che soffrivano di un duplice ostacolo, aiuto che era fornito dai contribuenti. Si tratta pertanto di un beneficio o diritto privilegiato concesso dallo Stato, la cui riduzione non è manifestamente priva di ragionevole fondamento
      • Peraltro le società hanno versato i contributi ininterrottamente, quindi non si trovavano in una situazione in cui non potevano svolgere la loro attività a causa degli oneri finanziari. Inoltre loro stesse hanno rinunciato volontariamente al beneficio per un certo numero di anni, avendo aspettato 10 anni per portare le loro richieste davanti ai tribunali interni (con conseguente prescrizione per le somme più antiche). In più, le società hanno goduto dell’altro beneficio.
      • Per questi motivi, l’obbligo di versare i contributi raggiunge un giusto equilibrio con le esigenze della comunità e la misura contestata non ha imposto un onere eccessivo alle società ricorrenti
      • No onere eccessivo (non era stato riconosciuto l’adeguamento aziendale, più favorevole) perché rimanevano intatti sia la pensione di base, sia l’adeguamento legale
      • Inoltre, tale perdita va valutata nel contesto, ossia il fatto che si voleva equipararli ad altri pensionati
      • N.B. invece è stata riconosciuta la violazione dell’articolo 6
      • Sacrificio individuale non eccessivo perché il pensionato aveva perso “molto meno della metà della sua pensione”
      • L’importo riconosciuto dalla nuova norma era comunque più alto dell’ultimo salario ricevuto, il che vale a rispettare il requisito originario dell’equivalenza tra importo di base e ultimo stipendio percepito + la pensione così calcolata è comunque molto più alta rispetto alla media nazionale, dunque rispetta l’idea di un riconoscimento speciale per il servizio reso dai giudici in pensione della Corte Suprema
      • L’emendamento non era disposizione singola, ma faceva parte di una riforma più ampia di riscrittura del sistema pensionistico; non si può dunque dire che la ricorrente fosse bersaglio specifico della nuova normativa.
      • No onere eccessivo rispetto al legittimo scopo perseguito
    • BACK V FINLANDIA (2004) – pp. 61-71:
      • La cancellazione del credito del ricorrente prodotta dalla nuova normativa è certo ingente; è anche vero che il ricorrente non avrebbe potuto prevedere, all’epoca dell’acquisto del credito, che sarebbe seguito un periodo di crisi economica (la quale aveva portato il legislatore a produrre la nuova normativa nel tentativo di permettere a certi debitori di ottenere una rivalutazione al ribasso del loro debito)
      • Tuttavia, va considerato che:
        • Nell’acquisire il credito, il ricorrente si era già esposto a un rischio economico
        • Il ricorrente ha avuto la possibilità di esporre le proprie ragioni contrarie alla rivalutazione del credito in 3 diversi gradi di giudizio. La Corte non rileva indici di arbitrarietà nella conclusione che quei procedimenti hanno raggiunto, Inoltre il ricorrente avrebbe potuto, stante l’efficacia non immediata del piano di rivalutazione approvato dalle corti interne, di chiedere una nuova rivalutazione al rialzo del credito in virtù della successiva migliore situazione economica del debitore
        • L’onere imposto al ricorrente è stato imposto anche a numerosi altri creditore, quindi non si tratta di onere individuale
    • Per tutte queste ragioni, tenuto conto che la misura era finalizzata a ragioni di interesse pubblico, la corte non ritiene che il ricorrente abbia sofferto un onere individuale eccessivo e dichiara compatibilità della normativa in questione con la Convenzione.