Contributo di solidarietà sulle pensioni


Periodicamente il Governo introduce dei prelievi sulle c.d. pensioni d’oro, ovvero sulle pensioni di importo più elevato.
Questi prelievi hanno una durata limitata (generalmente tre anni) e dopo la loro scadenza la pensione ritorna al suo importo originario.
Al contrario il blocco della perequazione delle pensioni non viene più recuperato successivamente.
Anche nel 2018 è stata depositata una proposta di legge per ricalcolare le pensioni (clicca qui).

Il contributo di solidarietà per gli anni 2011/13

Le caratteristiche

Il contributo (denominato “di perequazione”) aveva durata triennale e veniva applicato sulle pensioni di ammontare lordo annuo di oltre € 90.000, con le seguenti percentuali:
–    al 5% per la parte compresa fra i 90mila euro ed i 150mila euro;
–    al 10% per la parte compresa tra i 150mila euro ed i 200mila euro;
–    al 15% per la parte eccedente i 200mila euro.

Le suddette fasce di importo erano calcolate sul trattamento complessivo di pensione (ovvero tutti i vari trattamenti, compresi quelli complementari e di reversibilità).
Il contributo venne applicato anche sulle pensioni complementari o integrative.
Il contributo veniva poi versato direttamente al Bilancio dello Stato, senza restare nel patrimonio dell’INPS o del Fondo Pensione Complementare.
In questo modo il prelievo non aveva più una finalità solidaristica all’ interno della categoria dei pensionati, ma diventava una vera e propria imposta di natura fiscale.

La dichiarazione di incostituzionalità

Venne quindi sollevata la questione di costituzionalità con ordinanza di rimessione della Corte dei Conti della Campania del 20 luglio 2012.
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 116 del 5 giugno 2013 dichiarò la illegittimità costituzionale di questo “contributo di perequazione” ed ha così deciso:
– ha dichiarato la natura tributaria del c.d. “contributo di perequazione”;
– ha accertato che il prelievo ricade solo sulla categoria dei pensionati, e non sugli altri percettori di reddito (lavoratori in servizio, lavoratori autonomi, imprenditori, ecc.);
– ha quindi dichiarato la illegittimità costituzionale della norma sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza (ar. 3) e della capacità contributiva (art. 53).

Il puntio saliente della motivazione della sentenza è il seguente:

“Va infatti, al riguardo, precisato che i redditi derivanti dai trattamenti pensionistici non hanno, per questa loro origine, una natura diversa e minoris generis rispetto agli altri redditi presi a riferimento, ai fini dell’osservanza dell’art. 53 Cost., il quale non consente trattamenti in pejus di determinate categorie di redditi da lavoro. Questa Corte ha, anzi, sottolineato (sentenze n. 30 del 2004, n. 409 del 1995, n. 96 del 1991) la particolare tutela che il nostro ordinamento riconosce ai trattamenti pensionistici, che costituiscono, nei diversi sistemi che la legislazione contempla, il perfezionamento della fattispecie previdenziale conseguente ai requisiti anagrafici e contributivi richiesti.
A fronte di un analogo fondamento impositivo, dettato dalla necessità di reperire risorse per la stabilizzazione finanziaria, il legislatore ha scelto di trattare diversamente i redditi dei titolari di trattamenti pensionistici”.
Già in precedenza la Corte aveva affermato che non è possibile fara gravare il costo di una manovra economica su una sola categoria di cittadini, in quel caso i pubblici impiegati (sentenza n. 223/12):

“L’eccezionalità della situazione economica che lo Stato deve affrontare è, infatti, suscettibile senza dubbio di consentire al legislatore anche il ricorso a strumenti eccezionali, nel difficile compito di contemperare il soddisfacimento degli interessi finanziari e di garantire i servizi e la protezione di cui tutti cittadini necessitano. Tuttavia, è compito dello Stato garantire, anche in queste condizioni, il rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, il quale, certo, non è indifferente alla realtà economica e finanziaria, ma con altrettanta certezza non può consentire deroghe al principio di uguaglianza, sul quale è fondato l’ordinamento costituzionale.
In conclusione, il tributo imposto determina un irragionevole effetto discriminatorio”.

 Per ogni approfondimento e per l’ analisi della sentenza e delle norme di legge vai all’apposita pagina.

La sentenza venne eseguita dallo Stato italiano senza manovre fraudolente, come invece avvenne per la sentenza n. 70 del 2015 sul blocco della perequazione per gli anni 2012/13, che venne agguirata dal Decreto Legge n. 65 del 2015.
La restituzione comportò un onere economico modesto (se confrontato con il bilancio dell’INPS), ovvero di circa 84 milioni. Per la modulistica sul rimborso clicca qui
La sentenza suscitò un duro commento dell’ex Ministro Elsa Fornero sul Corriere della Sera.

Il contributo di solidarietà per gli anni 2014/2016

Le caratteristiche

Successivamente, il contributo di solidarietà è stato reintrodotto per tre anni (2014/2016), in forza della Legge 27 dicembre 2013, n. 147, art. 1, comma 486 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2014).

Vi sono due importanti differenze rispetto al precedente contributo degli anni 2011/13:
– Il contributo non viene più versato nelle casse dello Stato, ma resta acquisito all’ INPS ed agli altri Enti;
– Le pensioni complementari o integrative sono escluse dall’ applicazione del contributo.

Su questa legge l’ INPS ha emanato il Messaggio 28/04/2014, n. 4294, in cui si legge che:“Tale contributo si applica ai trattamenti lordi complessivamente superiori a quattordici volte il trattamento minimo, per la parte eccedente i limiti previsti, secondo la tabella seguente:

TRATTAMENTO MINIMO 2014: mensile 501,38 – annuo 6.517,94

%

Valori per l’anno 2014

Fra 14 e 20 volte il trattamento minimo annuo

6 %

da 91.251,16 a 130.358,8

Fra 20 e 30 volte il trattamento minimo annuo

12 %

da 130.358,81 a 195.538,20

Oltre 30 volte il trattamento minimo annuo

18 %

da 195.538,21 in poi

“Il contributo opera a favore delle gestioni previdenziali obbligatorie e le somme trattenute vengono acquisite dalle competenti gestioni previdenziali“.

La questione di costituzionalità

Contro questa norma sono state subito sollevate varie questioni di costituzionalità, fra cui quella della Corte dei Conti del Veneto del 16 gennaio 2015.
Questa volta, però, la Corte Costituzionale ha respinto le eccezioni sollevate con la sentenza n.173 del 2016.
Il testo del Comunicato Stampa della Corte è il seguente:
“La Corte costituzionale ha respinto le varie questioni di costituzionalità relative al contributo, che scade nel dicembre 2016, sulle pensioni di importo più elevato, escludendone la natura tributaria e ritenendo che si tratti di un contributo di solidarietà interno al circuito previdenziale, giustificato in via del tutto eccezionale dalla crisi contingente e grave del sistema. La Corte ha anche ritenuto che tale contributo rispetti il principio di progressività e, pur comportando innegabilmente un sacrificio sui pensionati colpiti, sia comunque sostenibile in quanto applicato solo sulle pensioni più elevate, da 14 a oltre 30 volte superiori alle pensioni minime” .
Per esaminare il testo completo ed annotato della sentenza 173/16 della Corte Costituzionale clicca qui.
Viene quindi esclusa la natura tributaria del contributo poiché questo contributo per gli anni 2014-2016, viene versato all’Inps e non più allo Stato, a differenza del precedente contributo di solidarietà degli anni 2011-2013.
La Corte quindi ha affermato la natura solidaristica del contributo, che rimane “interno al circuito previdenziale “.
Inoltre la Corte ha sottolineato la prossima scadenza del contributo al dicembre 2016, considerandolo come effettivamente transitorio ed eccezionale.
Infine la Corte ha sottolineato sia la progressività del contributo, e sia il suo accollo solo alle pensioni più elevate da 14 a oltre 30 volte superiori alle pensioni minime.

La motivazione della sentenza evidenzia però i limiti in cui è consentito il contributo di solidarietà.

11.1. – In linea di principio, il contributo di solidarietà sulle pensioni può ritenersi misura consentita al legislatore ove la stessa non ecceda i limiti entro i quali è necessariamente costretta in forza del combinato operare dei principi, appunto, di ragionevolezza, di affidamento e della tutela previdenziale (artt. 3 e 38 Cost.), il cui rispetto è oggetto di uno scrutinio “stretto” di costituzionalità, che impone un grado di ragionevolezza complessiva ben più elevato di quello che, di norma, è affidato alla mancanza di arbitrarietà.
In tale prospettiva, è indispensabile che la legge assicuri il rispetto di alcune condizioni, atte a configurare l’intervento ablativo come sicuramente ragionevole, non imprevedibile e sostenibile.
Il contributo, dunque, deve operare all’interno dell’ordinamento previdenziale, come misura di solidarietà “forte”, mirata a puntellare il sistema pensionistico, e di sostegno previdenziale ai più deboli, anche in un’ottica di mutualità intergenerazionale, siccome imposta da una situazione di grave crisi del sistema stesso, indotta da vari fattori – endogeni ed esogeni (il più delle volte tra loro intrecciati: crisi economica internazionale, impatto sulla economia nazionale, disoccupazione, mancata alimentazione della previdenza, riforme strutturali del sistema pensionistico) – che devono essere oggetto di attenta ponderazione da parte del legislatore, in modo da conferire all’intervento quella incontestabile ragionevolezza, a fronte della quale soltanto può consentirsi di derogare (in termini accettabili) al principio di affidamento in ordine al mantenimento del trattamento pensionistico già maturato (sentenze n. 69 del 2014, n. 166 del 2012, n. 302 del 2010, n. 446 del 2002, ex plurimis).
L’effettività delle condizioni di crisi del sistema previdenziale consente, appunto, di salvaguardare anche il principio dell’affidamento, nella misura in cui il prelievo non risulti sganciato dalla realtà economico-sociale, di cui i pensionati stessi sono partecipi e consapevoli.
Anche in un contesto siffatto, un contributo sulle pensioni costituisce, però, una misura del tutto eccezionale, nel senso che non può essere ripetitivo e tradursi in un meccanismo di alimentazione del sistema di previdenza.
Il prelievo, per essere solidale e ragionevole, e non infrangere la garanzia costituzionale dell’art. 38 Cost. (agganciata anche all’art. 36 Cost., ma non in modo indefettibile e strettamente proporzionale: sentenza n. 116 del 2010), non può, altresì, che incidere sulle “pensioni più elevate”; parametro, questo, da misurare in rapporto al “nucleo essenziale” di protezione previdenziale assicurata dalla Costituzione, ossia la “pensione minima”.
Inoltre, l’incidenza sulle pensioni (ancorché) “più elevate” deve essere contenuta in limiti di sostenibilità e non superare livelli apprezzabili: per cui, le aliquote di prelievo non possono essere eccessive e devono rispettare il principio di proporzionalità, che è esso stesso criterio, in sé, di ragionevolezza della misura.
In definitiva, il contributo di solidarietà, per superare lo scrutinio “stretto” di costituzionalità, e palesarsi dunque come misura improntata effettivamente alla solidarietà previdenziale (artt. 2 e 38 Cost.), deve: operare all’interno del complessivo sistema della previdenza; essere imposto dalla crisi contingente e grave del predetto sistema; incidere sulle pensioni più elevate (in rapporto alle pensioni minime); presentarsi come prelievo sostenibile; rispettare il principio di proporzionalità; essere comunque utilizzato come misura una tantum.

11.2. – Tali condizioni appaiono, sia pur al limite, rispettate nel caso dell’intervento legislativo in esame”.

Le differenze con il blocco della perequazione

È bene sottolineare la differenza fra a il contributo di solidarietà ed il blocco della perequazione.
Mentre il contributo di solidarietà non intacca l’ammontare lordo della pensione, che dal 1 gennaio 2017 tornerà ad essere quello precedente, il blocco della perequazione ha invece effetti permanenti perché non viene mai più recuperato, e quindi non si tratta affatto di un sacrificio transitorio.
Per fare un esempio concreto: con il contributo di solidarietà la pensione di reversibilità non cambia, mentre con il blocco della perequazione resterà intaccata per sempre anche addirittura la pensione di reversibilità.
Infine il blocco della perequazione è stato applicato dalle pensioni superiori a tre volte la minima, anziché a quelle comunque più elevate di oltre 14 volte la minima.