CEDUBlocco della perequazione

Il blocco della perequazione ha violato l' art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell' Uomo


Il Tribunale di Cuneo, con Ordinanza del 18 novembre 2016, ha dichiarato che il blocco della perequazione ha violato l' art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell' Uomo.

" Con il decreto legge 65/15 è stata dunque frustrata la tutela giurisdizionale del cittadino, e quindi il suo diritto ad un equo processo, che, nel caso di specie, consisteva nel vedersi applicare la disciplina della perequazione delle pensioni risultante dalla declaratoria di incostituzionalità, affidamento del tutto legittimo (poiché basato sulle rispettive competenze degli organi dello Stato nonché sulla certezza giuridica di cui il rispetto del giudicato – tanto più il giudicato costituzionale – costituisce componente fondamentale), che è stato invece disatteso.
Ciò appare in contrasto con l'art. 6, comma 1, della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo"


Sintesi del problema

Il blocco della perequazione 2012/13 presenta numerosi profili di illegittimità costituzionale secondo il diritto italiano (vai all' apposita pagina "incostituzionalità del Decreto Legge 65/15").

A questo va aggiunta la violazione del diritto europeo, in particolare la violazione di:
- Convenzione Europea dei Diritti dell' Uomo (art. 6)
- Carta dei diritti fondamentali dell' Unione Europea (Carta di Nizza) - art. 47

Nei nostri ricorsi così è stata sviluppata l' ulteriore eccezione di violazione del diritto europeo.

La violazione del giudicato costituzionale alla luce dell’art. 6 della CEDU

La violazione del ne bis in idem costituzionale è altresì censurabile sotto un nuovo e diverso profilo, quello della violazione del diritto all’equo processo garantito dall’art. 6, comma 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, in quanto norma interposta ex art. 117, primo comma, della Costituzione.
E’ infatti orientamento ormai consolidato nella giurisprudenza della CEDU che costituisce una violazione del diritto all’equo processo anche solo una legge retroattiva di interpretazione autentica, salvo che sia giustificata dall’ interesse generale alla rimozione di una situazione di incertezza giuridica (e purchè nei limiti della ragionevolezza).
Nel caso di specie la situazione è ancora più grave: dopo la dichiarazione di incostituzionalità la norma caducata semplicemente non c’è più, e quindi non vi è alcuna incertezza interpretativa da risolvere, poiché si tratta solo di prendere atto della sua invalidità.
Il cittadino ripone quindi verso la sentenza di accoglimento della Corte un legittimo affidamento, che è di natura piena e senza alcuna incertezza. Pertanto non vi è alcuno spazio per un intervento “interpretativo” e soprattutto retroattivo del legislatore, che neppure può invocare l’interesse pubblico a dirimere una situazione di incertezza interpretativa.
Il legislatore, quindi, con il D.L. 65 del 2015 non si è limitato ad “interpretare” una norma preesistente, ma addirittura ha ripristinato con efficacia retroattiva una norma dichiarata incostituzionale. E’ ovvio, però, che nessuna tutela giurisdizionale è possibile per il cittadino che dapprima si veda dichiarare la incostituzionalità di una norma dall’organo competente (la Corte costituzionale), ma successivamente si veda ripristinare retroattivamente quella stessa norma da una legge che mira soltanto ad aggirare il giudicato costituzionale.
Né potrebbe concepirsi un bilanciamento con asserite esigenze finanziarie, poiché con chiarezza la Corte di Strasburgo ha escluso che le esigenze finanziarie possono giustificare un tale limite al diritto dell’uomo ad avere un giusto processo. Si veda la sent. 03/09/2013 n. 5376, ove si censura la norma impugnata poiché “ha così fornito un'interpretazione autentica della l. n. 210 del 1992 in senso favorevole allo Stato, non perseguendo uno scopo diverso da quello della salvaguardia degli interessi economici dello Stato, non corrispondente ad un "imperioso motivo di interesse generale”).
Nel caso di specie la violazione dell’art. 6 della CEDU è talmente grave che neppure è possibile rinvenire dei precedenti giurisprudenziali specifici, tanto è abnorme in questo caso la violazione del diritto UE.
E’ invece possibile ricostruire il consolidato orientamento giurisprudenziale sui limiti delle leggi di interpretazione autentica alla luce del diritto all’ equo processo ex art. 6 CEDU.
Sul profilo qui invocato, e proprio per il blocco della perequazione 2012/13, è stata già emanata l’Ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale della Corte dei Conti dell'Emilia Romagna in data 23 febbraio 2016, così motivata sul punto:
“Si pone pertanto un dubbio di non manifesta infondatezza della norma citata in relazione agli artt. 2, 3 e 117, primo comma, della Costituzione, rispetto all’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in quanto norma interposta.
In particolare, la disciplina citata sembra infatti recare pregiudizio al valore del legittimo affidamento e della certezza del diritto, il quale trova copertura costituzionale nell’art. 3 Cost.
Invero, detto principio non esclude che il legislatore possa assumere disposizioni che modifichino in senso sfavorevole agli interessati la disciplina di rapporti giuridici «anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti», ma esige che ciò avvenga alla condizione «che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica, da intendersi quale elemento fondamentale dello Stato di diritto» (sentenze n. 56 del 2015, n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009[….].
Ne discende che l’art. 24, comma 25 lett. e), del d.l. n. 201 del 2011 come modificato dal d.l. n. 65 del 2015 (riguardante il biennio 2012-2013), per le ragioni sopra esposte, sembra confliggere agli artt. 2, 3 e primo comma, della Costituzione, rispetto all’art.6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in quanto norma interposta (Corte cost. sentenze n.348 e 349/2007), per come in casi analoghi è stata interpretata dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (cfr., anche Corte EDU, sent. 7/6/2011 Agrati c. Italia), sussistendo concretamente una fattispecie di riproduzione, con effetti retroattivi, di una norma già espunta dall’ordinamento siccome costituzionalmente illegittima, con conseguente violazione in termini di ragionevolezza del principio del legittimo affidamento e di certezza del diritto, per come definito dalla sentenza della Corte costituzionale (Corte cost. sentt. nn. 216/2015; n.156/2007).
Si pone quindi il dubbio di costituzionalità ex art. 117, primo comma, della Costituzione rispetto all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, in quanto norma interposta.

1.L’ interpretazione autentica della legge nella giurisprudenza di Strasburgo

Sono numerosi ormai i precedenti di Strasburgo che condannano lo Stato italiano per aver emanato leggi di interpretazione autentica in violazione dell’art. 6 della CEDU.
Talvolta è avvenuto addirittura che una norma di legge interpretativa, dopo essere stata “salvata” dalla Corte Costituzionale, sia stata poi invece dichiarata illegittima dalla Corte di Strasburgo.
Costituiscono esempi di illegittimità di norme di interpretazione autentica le seguenti fattispecie, già decise dalla CEDU.

a. Le pensioni complementari del Banco di Napoli


E’ davvero esemplare la fattispecie decisa con la sentenza della Corte Europea dei diritti dell'Uomo nella lunga vicenda delle pensioni del Banco di Napoli.
Si trattava di una causa assai rilevante fra i pensionati ed il Banco di Napoli (del valore di circa 2.000 miliardi delle vecchie lire).
Le Sezioni Unite della Cassazione accolsero il ricorso dei pensionati (sent. 9023/01) e cassarono con rinvio la sentenza d’ appello, demandando al giudice di rinvio il solo compito di stabilire il quantum dovuto.
Nelle more del giudizio di rinvio, però, in Parlamento venne inserito un ultimo comma (55) all’ articolo unico di una legge approvata con voto di fiducia (legge 243/04). Questo comma smentiva quanto affermato dalle Sezioni Unite e - trattandosi di jus superveniens - ebbe quindi a prevalere nel giudizio di rinvio sullo stesso principio di diritto affermato nella sentenza delle Sezioni Unite.
Nel giudizio di rinvio i pensionati, che attendevano solo la mera quantificazione delle loro spettanze già riconosciute in punto an dalle SS.UU., subirono inaspettatamente il rigetto della loro domanda nel merito in base alla nuova legge di interpretazione autentica, con la ulteriore beffa della condanna alle spese per aver ingenuamente creduto nella sentenza emessa per loro dalle Sezioni Unite.
La vicenda sembrò davvero eccessiva, e la Corte di Cassazione nei successivi giudizi rimise alla Corte Costituzionale il dubbio di costituzionalità sulla legge di interpretazione autentica (Ord. Cass. 12/10/2007 n. 21439).
La Corte Costituzionale, va detto con amarezza, con la sentenza 07/11/2008 n. 362, respinse la questione di legittimità sollevata dalla Cassazione.
Finalmente la Corte di Strasburgo fece giustizia di questa imbarazzante vicenda e condannò (non la Banca, ma) lo Stato Italiano per violazione del diritto all’ equo processo ex art. 6 della Cedu.
Si tratta di un nutrito gruppo di sentenze, di cui risulta pubblicata ad esempio la decisione del 14 febbraio 2012 - Ricorso n.17972/07 - Arras e altri c. Italia (1) .

b.La triste vicenda degli emotrasfusi con sangue infetto

Anche in questo caso lo Stato italiano venne condannato per una legge di interpretazione autentica che aveva violato i principi del giusto processo.
Nella sua sentenza 03/09/2013 n. 5376, la Corte di Strasburgo così motivò (2) :
- se, in linea di principio, il potere legislativo può regolamentare in materia civile, con nuove norme a portata retroattiva, i diritti derivanti da leggi in vigore, il principio della preminenza del diritto e la nozione di processo equo sanciti dall’articolo 6.1 si oppongono, a meno che non sussistano imperiosi motivi di interesse generale, all’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia allo scopo di influenzare l’esito giudiziario della lite;
- il principio della certezza dei rapporti giuridici …. vuole, tra l’altro, che la soluzione data in maniera definitiva a qualsiasi lite dai tribunali non sia più rimessa in causa.

c.La vicenda dei contributi previdenziali maturati in Svizzera

Con la sentenza della Corte europea diritti dell'uomo del 15/04/2014 n. 21838, venne così statuito:
“Sussiste una violazione dell'art. 6, par. 1, Cedu e dell'art. 1, Protocollo n. 1, Cedu, laddove lo Stato italiano intervenga con una legislazione diretta ad incidere in via retroattiva sul calcolo di pensioni di anzianità durante la pendenza di un procedimento giurisdizionale avente ad oggetto la legittimità di tale calcolo da parte dell'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (Inps), con il risultato di determinare un importo della pensione eccessivamente ridotto rispetto alla contribuzione versata”.

2.La giurisprudenza della Cassazione e del Consiglio di Stato

Anche la Cassazione, assai di recente, ha accolto questi principi, ed ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di costituzionalità di una legge di interpretazione autentica in base ai principi così espressi nell’ordinanza 12/04/2016 n. 7135 (3) .
“Il dubbio di legittimità emerge, sotto il primo profilo, in relazione al difetto di una situazione di oggettiva incertezza…. con conseguente superamento dei limiti generali all'efficacia retroattiva delle leggi individuati dalla Corte costituzionale e da questa ritenuti a presidio di fondamentali valori di civiltà giuridica a loro volta posti a tutela dei destinatari della norma e dello stesso ordinamento, tra i quali vanno ricompresi il rispetto del principio generale di ragionevolezza, che ridonda nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento, la tutela dell'affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo stato di diritto, la coerenza e la certezza dell'ordinamento giuridico, il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario, da cui discende la dedotta violazione dell'art. 3 Cost., art. 24 Cost., comma 1, e art. 102 Cost..
Quanto al secondo dei dedotti profili di illegittimità, parimenti il dubbio sussiste in relazione alla circostanza che l'ambito di efficacia soggettivo della norma risulta di fatto limitata al Fondo resistente sicchè…. la norma medesima viene ad interferire con le funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario in spregio al principio sancito dall'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo, che vieta l'ingerenza del legislatore nell'amministrazione della giustizia per influenzare la soluzione di particolari controversie, integrando, pertanto, il dedotto contrasto con i parametri costituzionali di cui all'art. 24 Cost., comma 1, artt. 102 e 117 Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 6 CEDU.

Infine, anche il Consiglio di Stato ha di recente posto in evidenza la rilevanza del giudicato nell’ art. 6 della CEDU.
Si veda in proposito: Consiglio di Stato 11/09/2013 n. 4499:
“secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (espressamente richiamata da Cons. Stato, VI, 12 dicembre 2011, n. 6501):
- il diritto al processo di cui all'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo comprende, in quanto diritto ad un giudice, il diritto all'esecuzione del giudicato; l'esecuzione del giudicato va perciò riguardata come una parte integrale del processo ai sensi dell'art. 6 (CEDU, 19 marzo 1997, Hornsby v.Grecia; CEDU, 18 novembre 2004, Zazanis v. Grecia);
- il diritto al processo sarebbe illusorio se non vi fossero strumenti per dare esecuzione al giudicato (CEDU, 18 novembre 2004, Zazanis v. Grecia);
- l'esecuzione di un giudicato non può essere indebitamente ritardata (CEDU, 28 luglio 1999, Immobiliare Saffi v. Italia).
Questi principi sono correttamente applicabili al caso di specie, in cui si è addirittura in presenza di un giudicato costituzionale ex art. 136 Cost.

3.La “costituzionalizzazione” della CEDU nell’ordinamento interno italiano.


I principi sopra invocati sono azionabili davanti alla Corte di Strasburgo, ma solo dopo aver esperito tutti i gradi del giudizio in Italia: ogni azione in quella sede sarebbe quindi oggi prematura ed irricevibile.
Nel frattempo però è possibile ricorrere in Italia alla Corte Costituzionale, poiché questa, nelle due fondamentali sentenze “gemelle” n. 348 e 347 del 2007, ha stabilito che la violazione del diritto comunitario si pone in contrasto con l’art. 117, comma 1, della Costituzione (nel testo novellato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3).
Infatti l’art. 117 della Costituzione al primo comma così recita: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
Le norme comunitarie in tal caso si pongono come “norme interposte” ai fini del vaglio di costituzionalità.
Infine è stato ancora chiarito che l’eventuale contrasto fra leggi italiane e le norme comunitarie si risolve in una questione di costituzionalità di competenza della Corte, e non già in una possibile disapplicazione della norma da parte del giudice ordinario (precisamente “gli eventuali contrasti non generano problemi di successione delle leggi nel tempo o valutazioni sulla rispettiva collocazione gerarchica delle norme in contrasto, ma questioni di legittimità costituzionale”).
Si riportano in nota i passaggi salienti della sentenza 348/07 della Corte (4) .
Tutto ciò premesso si solleva l’ulteriore profilo di costituzionalità ex art. 117, primo comma, della Costituzione rispetto all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, in quanto norma interposta.


1) “44. Il problema sollevato nel caso di specie è fondamentalmente quello di un processo equo, e nel parere della Corte, la responsabilità dello Stato è impegnata sia in qualità di legislatore, se inficia la prova o influisce sul risultato giudiziario della controversia, sia nella sua capacità qualità di autorità giudiziaria in cui viene violato il diritto ad un equo processo, anche nei casi di diritto privato tra privati (cfr. Vezon, cit § 30, e Ducret, citata sopra, § 34).
45. La Corte ribadisce che quanto concerne le controversie riguardanti i diritti civili e gli obblighi, la Corte ha stabilito nella sua giurisprudenza il requisito della parità delle argomentazioni nel senso di un giusto equilibrio tra le parti. Nel contenzioso che coinvolge interessi privati contrapposti, l'uguaglianza implica che a ciascuna parte deve essere garantita una ragionevole possibilità di presentare il suo caso, in condizione che non la pongano in una situazione di netto svantaggio nei confronti del suo avversario (v., in Raffinerie greche Stran, citata , § 44 e Forrer-Niedenthal contro Germania, no. 47316/99, § 65, 20 febbraio 2003).
46. Nel caso di specie, la Corte rileva che la legge n. 243/04 non riguardava decisioni divenute definitive e si stabilì una volta per tutte i termini delle controversie pendenti dinanzi ai tribunali ordinari a posteriori. Così, la sua emanazione in realtà ha determinato la sostanza delle controversie e l'applicazione di esso da parte dei vari tribunali ordinari e ha reso inutile per un intero gruppo di individui nella qualità dei ricorrenti di proseguire il contenzioso.
47. In tali circostanze, la Corte ritiene che non si può dire ci sia stata parità tra le due parti poiché lo Stato si pronunciò a favore di una delle parti, quando fu emanata la normativa contestata.
48. La Corte ribadisce, inoltre, che solo ragioni imperative di interesse generale potrebbe essere in grado di giustificare l'interferenza da parte del legislatore. Il rispetto dello Stato di diritto e la nozione di un processo equo richiedono che tutte le ragioni addotte per giustificare tali misure siano trattati con il massimo grado possibile di cautela (vedi Raffinerie greche Stran, citata supra, § 49).
49. La Corte rileva che i tribunali nazionali erano applicati in modo coerente alla giurisprudenza a favore dei ricorrenti, e questo è stato confermato anche dalla Corte di cassazione nella sua più alta formazione, quindi non si può dire che non ci siano stati divergenze in giurisprudenza come sostenuto dal Governo. Per quanto riguarda la loro tesi che la legge si era resa necessaria per realizzare un sistema omogeneo pensionistico, in particolare abolendo un sistema che ha favorito alcuni rispetto ad altri, mentre la Corte accetta questa come una ragione di interesse generale, non si è convinti che si tratti di tesi abbastanza convincenti per superare i pericoli insiti nell'uso di una legislazione retroattiva, che ha l'effetto di influenzare la determinazione giudiziaria di una controversia pendente. Il governo non ha presentato altri argomenti in grado di giustificare tale intervento a favore del Banco di Napoli.
50. In conclusione, tenendo presente quanto sopra, non vi era alcuna ragione di interesse generale in grado di giustificare l'intervento legislativo che si applica retroattivamente e ha determinato l'esito dei procedimenti pendenti tra privati.
51. Vi è stata quindi una violazione dell'articolo 6 § 1”.

2) 59.  Per quanto riguarda il motivo basato sull’articolo 6 § 1, la Corte richiama la sua giurisprudenza secondo la quale se, in linea di principio, il potere legislativo può regolamentare in materia civile, con nuove norme a portata retroattiva, i diritti derivanti da leggi in vigore, il principio della preminenza del diritto e la nozione di processo equo sanciti dall’articolo 6 § 1 si oppongono, a meno che non sussistano imperiosi motivi di interesse generale, all’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia allo scopo di influenzare l’esito giudiziario della lite (Raffineries grecques Stran e Stratis Andreadis c. Grecia, 9 dicembre 1994, § 49, serie A n. 301 B; Papageorgiou c. Grecia, 22 ottobre 1997, § 37, Recueil des arrêts et décisions 1997 VI; National & Provincial Building Society, Leeds Permanent Building Society et Yorkshire Building Society c. Regno Unito, 23 ottobre 1997, § 112, Recueil des arrêts et décisions 1997 VII, Zielinski e Pradal e Gonzalez e altri c. Francia [GC], nn. 24846/94 e da 34165/96 a 34173/96, § 57, CEDU 1999 VII, Agrati e altri c. Italia, nn. 43549/08, 6107/09 e 5087/09, § 58, 7 giugno 2011 e Maggio e altri c. Italia, nn. 46286/09, 52851/08, 53727/08, 54486/08 e 56001/08, § 43, 31 maggio 2011).
60.  Inoltre, la Corte rammenta che il diritto ad un processo equo dinanzi a un tribunale, garantito dall’articolo 6 § 1 della Convenzione, deve essere interpretato alla luce del preambolo della Convenzione che enuncia come la preminenza del diritto sia un elemento del patrimonio comune degli Stati contraenti. Uno degli elementi fondamentali della preminenza del diritto è il principio della certezza dei rapporti giuridici che vuole, tra l’altro, che la soluzione data in maniera definitiva a qualsiasi lite dai tribunali non sia più rimessa in causa (Brumărescu c. Romania [GC], n. 28342/95, § 61, CEDU 1999 VII).

3 ) “Il dubbio di legittimità emerge, sotto il primo profilo, in relazione al difetto di una situazione di oggettiva incertezza, sussistendo in materia un orientamento giurisprudenziale in senso opposto a quello espresso dalla norma di interpretazione autentica e fondato sul necessario riferimento sistematico ai criteri di delega nonchè sulla generale prassi applicativa della norma, orientamento tale da escludere che la stessa sia valsa ad asseverare una possibile variante di senso del testo originario della norma oggetto di interpretazione, con conseguente superamento dei limiti generali all'efficacia retroattiva delle leggi individuati dalla Corte costituzionale e da questa ritenuti a presidio di fondamentali valori di civiltà giuridica a loro volta posti a tutela dei destinatari della norma e dello stesso ordinamento, tra i quali vanno ricompresi il rispetto del principio generale di ragionevolezza, che ridonda nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento, la tutela dell'affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo stato di diritto, la coerenza e la certezza dell'ordinamento giuridico, il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario, da cui discende la dedotta violazione dell'art. 3 Cost., art. 24 Cost., comma 1, e art. 102 Cost..
[….]  la norma medesima viene ad interferire con le funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario in spregio al principio sancito dall'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo, che vieta l'ingerenza del legislatore nell'amministrazione della giustizia per influenzare la soluzione di particolari controversie, integrando, pertanto, il dedotto contrasto con i parametri costituzionali di cui all'art. 24 Cost., comma 1, artt. 102 e 117 Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 6 CEDU.

4 ) “L'art. 117, primo comma, Cost. condiziona l'esercizio della potestà legislativa dello Stato e delle Regioni al rispetto degli obblighi internazionali.
Il nuovo testo dell'art. 117, primo comma, Cost, se da una parte rende inconfutabile la maggior forza di resistenza delle norme CEDU rispetto a leggi ordinarie successive, dall'altra attrae le stesse nella sfera di competenza di questa Corte, poiché gli eventuali contrasti non generano problemi di successione delle leggi nel tempo o valutazioni sulla rispettiva collocazione gerarchica delle norme in contrasto, ma questioni di legittimità costituzionale. Il giudice comune non ha, dunque, il potere di disapplicare la norma legislativa ordinaria ritenuta in contrasto con una norma CEDU, poiché l'asserita incompatibilità tra le due si presenta come una questione di legittimità costituzionale, per eventuale violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., di esclusiva competenza del giudice delle leggi.
Escluso che l'art. 117, primo comma, Cost., nel nuovo testo, possa essere ritenuto una mera riproduzione in altra forma di norme costituzionali preesistenti (in particolare gli artt. 10 e 11), si deve pure escludere che lo stesso sia da considerarsi operante soltanto nell'ambito dei rapporti tra lo Stato e le Regioni.
La struttura della norma costituzionale, rispetto alla quale è stata sollevata la presente questione, si presenta simile a quella di altre norme costituzionali, che sviluppano la loro concreta operatività solo se poste in stretto collegamento con altre norme, di rango sub-costituzionale, destinate a dare contenuti ad un parametro che si limita ad enunciare in via generale una qualità che le leggi in esso richiamate devono possedere. Le norme necessarie a tale scopo sono di rango subordinato alla Costituzione, ma intermedio tra questa e la legge ordinaria.
A prescindere dall'utilizzazione, per indicare tale tipo di norme, dell'espressione "fonti interposte", ricorrente in dottrina ed in una nutrita serie di pronunce di questa Corte (ex plurimis, sentenze n. 101 del 1989, n. 85 del 1990, n. 4 del 2000, n. 533 del 2002, n. 108 del 2005, n. 12 del 2006, n. 269 del 2007), ma di cui viene talvolta contestata l'idoneità a designare una categoria unitaria, si deve riconoscere che il parametro costituito dall'art. 117, primo comma, Cost. diventa concretamente operativo solo se vengono determinati quali siano gli "obblighi internazionali" che vincolano la potestà legislativa dello Stato e delle Regioni”.